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A R A G O N A
La Settimana Santa Aragonese
Foto di:
Simone Pietro Costanza
Dario Costanza
Angelo Costanza
Davide Calogero Valente
Video di:
Simone Pietro Costanza
Claudio Alfeo
Davideo Calogero Valente
Domenica delle Palme - "MORTORIO" - Un unico filo conduttore lega il Mortorio a tutte le altre manifestazioni sacre che si susseguono e si intrecciano durante la Settimana Santa aragonese dai riti della Domenica delle Palme, che simboleggiano l'entrata di Gesù a Gerusalemme, a quelli della Domenica di Pasqua in cui i movimenti ritmici di Gesù risorto e Maria durante l'"Incontru" esprimono la gioia della Resurrezione e della salvezza dell'Umanità. Il Mortorio è una rappresentazione sacra che ripercorre e integra tutta la serie delle rievocazioni fatte nell'arco di tempo di una settimana attraverso i riti collettivi che hanno per scenario le vie del paese, le sue piazze e per attorigli abitanti stessi che diventano anche spettatori. Viene portato sulla scena periodicamente durante la Quaresima da improvvisate compagnie locali formate da attori dilettanti, a distanza anche di molti anni, richiamando sempre un gran numero di spettatori. Anticamente gli attori appartenevano quasi tutti all'aristocrazia locale mentre col passare degli anni quest'usanza venne abbandonata e la sua realizzazione venne curata e attuata da attori provenienti da tutti i ceti sociali. Intorno al 1925 per alcuni anni la rappresentazione del Mortorio ebbe il suo massimo splendore e venne realizzata quasi ogni anno nel teatro comunale l'Armonia che si trovava accanto alla Chiesa Madre. Successivamente dopo il 1959 quando il teatro venne chiuso, fu rappresentato in oratorio e nelle sale cinematografiche. L'anno scorso ad opera degli attori della locale compagnia "Li Ragunisi" che adesso ha cambiato la sua denominazione in "Piccolo teatro città di Aragona", su iniziativa della Pro Loco sono state recitate scene del Mortorio nella piazza antistante la Chiesa di San Giuseppe e in piazza Cairoli. Le prime testimonianze della rappresentazione del Mortorio ad Aragona risalgono alla prima metà del 1800 e vengono riportate da Giuseppe Pitré che così scrive: "Fino al 1848 e poi fino al 1860 il Riscatto dell'Orioles e gli altri mortori apparvero nelle scene di Polizzi, Gratteri, Borgetto, Monreale,Frizzi, Partinico, Carini, Alcamo, Terrasini, Ravanusa, Racalmuto, Cattolica,Cianciana, Castelbuono, Aragona, Alimena, Mineo, Naro, Reitano, Caltanissetta e di altri comuni dell'Isola". Nel 1855 il Riscatto di Adamo venne rappresentato a Casteltermini pertanti giorni per permettere agli spettatori provenienti dai paesi vicini di assistervi. Non mancarono anche spettatori provenienti da Aragona, Cammarata, S. Giovanni Gemini, Mussomeli e Campofranco. F. Nicotra nel 1907 sulla rappresentazione del Mortorio ad Aragona così scriveva: "È una famosa specialità aragonese, che si rappresenta ad intervalli di parecchi e parecchi anni; dura tutta la notte del venerdì santo e la resurrezione si fa all'alba del sabato, annunziata dallo scampanio dell'attigua Matrice. Molti accorrono anche dai paesi vicini". Queste parole del Nicotra scritte all'inizio del secolo oltre a testimonia l'esistenza del teatro accanto alla Chiesa Madre, testimoniano anche lo spirito religioso con cui la popolazione locale seguiva questa rappresentazione sacra che era parte integrante dei riti celebrativi e rievocativi della Settimana Santa. Per tutta la notte del Venerdì gli aragonesi e anche molti spettatori dei paesi vicini con sentimento religioso vivevano la narrazione scenica del Mortorio che si concludeva all'alba del Sabato con lo scampanio delle campane della Chiesa Madre. Il Nicotra scrive anche che il Mortorio è una "famosa specialità aragonese"; in effetti pur ispirandosi all'opera sacra di Filippo Orioles, "II riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo", scritta nella prima metà del 1700, ha assunto forme e contenuti propri tanto da potersi considerare diverso dagli altri testi sacri esistenti in Sicilia e tipico della tradizione popolare aragonese. Le rappresentazioni sacre in Sicilia si ebbero a partire dal XVI secolo influenzate dal potere ecclesiastico e determinate dallo spirito religioso che regnava nell'Isola. La prima di una certa importanza fu l'Atto della Pinta scritta verso il 1543 da Teofilo Folengo, ma il massimo splendore del teatro sacro si ebbe tra il secolo XVII e la prima metà del XVIII allorché furono scritti moltissimi testi tra cui ricordiamo: II Nascimento del Bambino Gesù (1652 di Cherubino Belli, II dramma pastorale sopra la nascita del Bombino Gesù (1661) e II viaggio dei tré Magi (1661) di Sebastiano Cumbo, II Cristo morto (1633) di Ortenzio Scamacca, Cristo al Presepio e Cristo al Calvario (1763) di Benedetto da Militello e La Passione di Cristo (1783) di Gaetano Salamoni. L'opera che però, prevalse su tutti e che rapidamente si diffuse in tutta la Sicilia fu il Riscatto di Adamo. Il suo autore, Filippo Orioles, fu un poeta "egregius" di Palermo vissuto nel 1700 e morto all'età di centosei anni nel 1793. Tale notizia è riportata dal Marchese Villalba che così scrive "Agosto 1973. Per due ragioni mi prendo l'eccezione di far nota in queste memorie della morte di una persona minuta qual fu Filippo Orioles. La prima perché egli fu un buon poeta e improvvisatore di versi latini, avendo lasciato Usuo nome nei pubblici torchi colle sue opere di drammi, e posto in scena il Mortorio di Cristo e vita dei Santi. La seconda è che portava l'età di centosei anni, che rare volte si vive dagli uomini". Nei primi decenni del 1700 il testo di Filippo Orioles fu rappresentato diverse volte a Palermo prima di essere pubblicato nel 1750. Ebbe subito molta fortuna e si diffuse rapidamente in tutta la Sicilia con manoscritti, copioni modificati e manomessi senza che arrecassero il nome dell'autore, divenendo ovunque il Mortorio di Cristo. Dopo quell'edizione del 1750 comparvero al tre stampe negli anni successivi con l'aggiunta di alcune scene che nella prima edizione erano citate in calce. Probabilmente le scene mancanti facevano già parte dell'opera sacra e venivano rappresentate ma l'Orioles nel pubblicare il Riscatto di Adamo ha voluto eliminarle per accorciare la sua durata e ridurre le «difficoltà della messa in scena o ha semplicemente accolto le indicazioni dei vari Sinodi dell'epoca che suggerivano di evitare che le rappresentazioni sacre suscitassero forti emozioni nei fedeli. Le parti mancanti nell'edizione del Riscatto di Adamo del 1750 e cioè quelle di Giuda che si impicca inseguito dalla Speranza, dal Perdono, dal Pentimento, e dalla Fede, la crocifissione di Gesù Cristo, il pianto di Maria Maddalena e di Giovanni ai piedi della croce, la Deposizione e la Resurrezione, in effetti, erano ricche di drammaticità e causa di elevati sentimenti nei cuori degli spettatori che assistevano con grande spirito religioso. L'opera dell'Orioles, inoltre, risultava lunga e sovente da essa furono tratte delle scene per rappresentarle singolarmente nelle piazze o nelle Chiese. Nacquero così le Deposizioni dalla croce o le Cene parlanti come ad Aragona dove fino a qualche decennio addietro veniva rappresentata nelle Chiese del paese l'ultima cena con il prete che lavava i piedi agli apostoli. Il testo del Mortorio ad Aragona viene tramandato in manoscritti di cui esistono una moltitudine di copie conservate con cura da diversi aragonesi che nella maggior parte dei casi, almeno una volta, hanno preso parte alla rappresentazione sacra. Non esistono testimonianze scritte sul nome del suo autore, ma soltanto alcune notizie orali e qualche citazione postuma fatta da anonimo da cui risulta anche che il manoscritto originale nello scorso secolo venne affidato dai Baroni Morreale di Maccalube. Il Mortorio il cui testo originale è "II Mortorio ossia la morte di Cristo" è attribuito ad un letterato locale di nome Giuseppe Maggiordomo vissuto probabilmente nella prima metà del 1800, periodo in cui per la prima volta venne portato sulla scena ad Aragona. Il Maggiordomo si ispirò al "Riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo" di cui prende la trama eliminando, però alcuni personaggi secondari e modificando in parte la sua struttura che viene suddivisa in un prologo e quattro atti anziché tre come nel Riscatto. Vengono ripresi i personaggi di Cristo, Giuda, Filato, Simon Lebbroso, Mi sandro, Caifas, Giuseppe, Nicodemo, Nizek, Pietro, Erode, Gamaliele, il Cavaliere Romano, Orisel, il centurione Petronio, Malco, Rubinit, Longino, Nitor, Giovanni, Anna, Celidio, Angelo, Barabba, Maria, Maddalena, Abra, Veronica, Giacomo, Rabram e le comparse dei Soldati e degli Apostoli mentre vengono esclusi i personaggi di Porfirio, Pitufas, Danete, Eutropie, Disma, il Perdono, la Fede, l'Amor Divino, II Pentimento, la Speranza, e altri personaggi minori. In tutto l'opera sacra di Orioles presenta quarantaquattro personaggi^Hmentre quella del Maggiordomo trentatrè. Inoltre, in quest'ultima non com-paiono le figure allegoriche del Pentimento, del Perdono, della Fede e dell'Amor Divino che nel testo di Orioles sono personificate e intervengono nell'azione scenica. Nel Mortorio, invece, vengono rappresentate attraverso il dialogo, il monologo o il coro, divenendo così l'opera più realistica. Negli ultimi decenni, da quando è stato chiuso il teatro comunale l'Armonia, la rappresentazione del Mortorio è stata attuata sempre in forma ridotta per accorciarne la durata. Ogni volta che è stato portato in scena sono stati attuati dei tagli ed eliminati alcuni personaggi. Fino all'inizio del secolo, come testimonia il il Nicotra, la sua messa in scena durava per tutta la notte del Venerdì Santo mentre nelle ultime sue rappresentazioni, fatte recente mente, la durata non va al di la delle quattro ore. Il canto di "Ah sì versate lacrime", scritto dal medico Eugenio Di Stefano, è stato aggiunto dopo. Il Di Stefano aveva scritto il canto per accompagnare la processione del Venerdì Santo, ma esso è stato posto anche a conclusione del Mortorio, che finisce con la sepoltura di Cristo essendo stata tolta la scena della Resurrezione che nel testo originale tramandato ad Aragona concludeva l'opera sacra.
Dal 1996 questa rappresentazione del Mortorio non è stata più fatta.
Domenica delle Palme - "Benedizione delle Palme" - La Domenica delle Palme hanno inizio in ognuna delle Chiese di Aragona, le celebrazioni della Settimana Santa, con processioni che simboleggiano l'entrata di Gesù a Gerusalemme tra il giubilio della folla. I fanciulli recano ramoscelli d'ulivo e rami di palma ornati con intrecci delle sottili foglie della medesima pianta che a seconda delle forme che assumono vengono chiamati "croci", "scale" e "muntana". Piccoli ramoscelli d'ulivo vengono anche distribuiti nelle Chiese mentre quelli di palma sono procurati dagli stessi fedeli che le acquistano o le raccolgono direttamente dalle campagne del paese dove non mancano. A seguire della Benedizione delle Palme e una breve processione, ha inizio la Santa Messa (in Piazza Madonna del Rosario), dove all'interno avviene la lettura della "Passione di Cristo", e animata dai canti del coro polifonico Schola Cantorum “Madonna del Rosario”, della predetta Chiesa Madonna del Rosario, diretta da Giuseppe Di Giacomo Pepe, e sotto la guida del parroco don Raimondo Soritanto.
Domenica delle Palme e Martedì Santo - "Processione di Cristo Nero" - Nel pomeriggio della Domenica delle Palme, nella Chiesa della Provvidenza si svolge una caratteristica processione che si snoda per le principali vie del paese e si conclude ogni anno in una Chiesa di Aragona. Il corteo dei credenti è preceduto da un Cristo nero di pregevole fattura che si trova custodito nella Chiesa da cui prende avvio la processione. Nel pomeriggio del martedì poi, al termine di una Via Crucis accompagnata da una fiaccolata, il Cristo nero è riportato nella Chiesa della Provvidenza da quella Chiesa dove era stato deposto la Domenica delle Palme.
La Confraternita del Santissimo Crocifisso venne istituita il 20 marzo del 1986 con approvazione vescovile, con sede nella Parrocchia della Madonna della Mercede fino al 2004. Da allora la sede si spostò presso la Chiesa Madre. A capo vi è attualmente Alessi Rosario che annualmente si impegna ad allargare sempre più questa congregazione con l’iscrizione di nuovi ragazzi e a collaborare con la preparazione della Settimana Santa Aragonese. La Confraternita, infatti, partecipa per tutta la Settimana Santa alle liturgie e ai riti sacro-profani della città. Primo appuntamento è la Domenica delle Palme preceduta da un duro lavoro per preparare ramoscelli di ulivo e palme per essere poi distribuiti in parrocchia durante la benedizione di esse. Da lunedì e martedì la Confraternita si impegna a costruire in piazza Mercede la Veglia e l’esposizione dell’Urnetta del Crocifisso, un momento veramente commovente e toccante che viene aperto ai fedeli nelle giornate del Giovedì e del Venerdì Santo. E sono infatti questi due giorni quelli in cui il Triduo della Passione ha il suo culmine, a partire dal Giovedì con la deposizione del Cristo nella Chiesa del Carmine,la lavanda dei piedi, e “U firriu dei Chiesi” con la visita ai sepolcri, e il Venerdì con la processione diurna e serale del Cristo. I simboli della Confraternita sono una croce bastone che viene portata in processione quasi sempre dal presidente, un Crocifisso di pregevole fattura che viene portato in alternanza dai ragazzi, lo Stendardo e poi la tradizione tromba e il tamburo. Un altro momento particolare è la mattina del Venerdì Santo quando verso le 8,00 alcuni ragazzi si recano al cimitero a portare i “lavuredda” a Monsignor Calogero Licata da anni guida spirituale della Confraternita deceduto nell’ aprile del 1999. Anche il Sabato Santo la Confraternita partecipa in mattinata all’ “Ora della Madre” che si svolge il nella Chiesa Madre di Aragona con canti Mariani rivolti alla Vergine Addolorata.
Giovedì Santo - "Deposizione di Cristo" - A mezzogiorno del giovedì, nella Chiesa del Carmine, il Cristo dopo una funzione religiosa, è deposto dalla Croce e sistemato su un letto adorno di fiori e "lavuredda", grano fatto germogliare al buio, mentre i fedeli intonano i canti di "Vere filius" e "Ah sì versate lacrime", preceduta prima di mezzogiorno con il Santo Rosario animato dalla Confraternità del Santissimo Crocifisso di Aragona. Fino agli anni '90, la deposizione di Cristo era preceduta da un coro eseguendo le ultime "SETTE PAROLE" di Gesù.
Giovedì Santo - "Lavanda dei Piedi" - Nel Pomeriggio, nelle Chiese di Aragona si svolge la Messa della Cena del Signore e la Lavanda dei Piedi inizia il triduo pasquale che si concluderà con la grande veglia del Sabato Santo. Nella Messa del giovedì sera si da spazio all’istituzione dell’Eucaristia e, dopo il Vangelo, si compie il gesto della lavanda dei piedi, come aveva fatto Gesù agli apostoli. Gli abiti del Sacerdote: amitto, camice o alba, stola e casula bianche; mentre per il diacono: amitto, camice o alba, stola diaconale e dalmatica bianche. In presbiterio deposti sulla credenza: tutto il necessario per la Messa, una bacinella per lavare le mani al Sacerdote dopo la lavanda dei piedi; tre asciugamani; uno per asciugare i piedi, uno per asciugare le mani al Sacerdote dopo la lavanda dei piedi e l’altro per la purificazione; un grembiule per il Sacerdote, una brocca ed un catino per la lavanda dei piedi; velo omerale bianco.Fuori dal presbiterio: dodici sedie su di un tappeto per la lavanda dei piedi: alla cappella della reposizione: ceri accesi e fiori. La Messa procede regolarmente fino al termine dell’omelia: dopo che il Sacerdote si è tolto la casula e si è messo un grembiule. si svolge il rito della lavanda dei piedi. I ministranti aiutano il Sacerdote a reggere la brocca, la bacinella e l’asciugatoio, terminata la lavanda dei piedi, dopo aver lavato le mani al Sacerdote (portare: brocca, bacinella con sapone e asciugamani pulito), la Messa procede regolarmente fino alla fine dei riti di comunione, quando si depone la pisside con l’Eucaristia, non nel tabernacolo, ma sull’altare. A questo punto il Sacerdote incensa il Santissimo (portare: turibolo e navicella), si pone sulle spalle del celebrante il velo omerale e si dà inizio alla processione fino alla cappella della reposizione. Ci si dispone in questo ordine: davanti stanno turibolo e navicella, poi la croce con candelieri, segue la gente e, per ultimo, il Sacerdote con il Santissimo. Giunti alla cappella della reposizione, si pone l’Eucaristia nel tabernacolo allestito appositamente, si incensa (portare: turibolo e navicella), si prega qualche minuto in silenzio e si ritorna in sacrestia.
Giovedì Santo - "Visita ai Sepolcri" - La sera, poi, e per tutta la serata gruppi di credenti vanno visitando nelle Chiese del paese e non solo in quella del Carmine, dove avviene la celebrazione del mezzogiorno, i "sepolcri", allo stesso modo di quando muore un congiunto e i parenti lo vegliano in una camera ardente e gli amici vengono a fargli visita. I fedeli lentamente vanno da una Chiesa all'altra e non mancano coloro che li visitano tutti quanti, ma la maggior parte, però, si limita a visitare qualche sepolcro, magari solo quello della propria parrocchia.
Adobbi Floreali - "LAVUREDDA" - Un valore propiziatore hanno anche "lavuredda" che ancora oggi vengono collocati il Giovedì nelle Chiese del paese davanti al Sepolcro di Gesù che è preparato in ognuna di esse e il pomeriggio del Venerdì ai piedi di Cristo in croce nel Calvario. Sono piatti di grano fatti germogliare al buio, in mezzo al cotone costantemente imbevuto, e di colore biancastro per la mancanza di luce solare che non ha permesso il processo della fotosintesi clorofilliana che genera il colore verde nelle piante. Vengono posti in una base di legno o di altro materiale resistente e adornati con nastri di vario colore. I "lavura" da cui deriva il termine "lavuredda" sono, secondo la parlata locale, i campi di grano, la principale coltura della campagna aragonese. Al Dio che muore e rinasce viene offerto un piatto di grano che prima di dare i suoi frutti deve anch'esso morire e rinascere in mezzo alla terra per diventare spiga. Allo stesso mod o Cristo nella croce muore e rinasce, aprendo le porte del Paradiso e della salvezza dell'umanità dal peccato. I "lavuredda" sono senz'altro un'offerta propiziatoria che, oltre a simboleggiare Cristo nel suo morire e rinascere, mira anche a propiziare un buon raccolto. Con essa i contadini locali offrono simbolicamente a Dio quello che per loro rappresenta tutto, cioè "u lavuri" da cui deriva la loro vita e la loro esistenza. In molti, però, vedono in questa usanza che è diffusa in alcuni paesi dell'agrigentino tra cui Camastra, Castrofilippo, Sambuca e Favara un significato profano che si collega alla tradizione pre-cristiana secondo la quale si credeva che il risveglio della natura e l'arrivo della primavera fossero dovuti a qualche divinità che bisognava propiziare con l'offerta dei frutti della terra. Le derivazioni più immediate dei "lavuredda" sono i giardini di Adone e ad essi, secondo alcune interpretazioni, si collegano. Adone nella mitologia greca era un giovane di proverbiale bellezza conteso da Afrodite e Persefone, regina degli Inferi. Zeus nel risolvere la contesa tra le due dee stabilì che Adone dovesse stare quattro mesi con Persefone e quattro con Afrodite e quattro da solo sotto la protezione della dea Artemide. Adone era quindi costretto a stare prima nel regno dei morti e poi sulla terra. In suo onore ogni anno in varie città della Grecia le donne eseguivano un lamento rituale attorno ad un sepolcro appositamente preparato e adornato di fiori e dai cosiddetti "giardini di Adone", che erano vasi in cui veniva fatto crescere il grano tenuto al buio così come i "lavuredda". Strettamente legati ai "lavuredda" sono i mazzetti di fiori e fave verdi che le statue di San Pietro e San Paolo portano in mano durante l'"Incontro" della Domenica di Pasqua. Sono simboli che ricordano la primavera e la campagna aragonese, non solo perché sono raccolti in essa ma anche per la presenza delle fave verdi che assieme ai "lavura" costituiscono la principale coltivazione dei contadini
Venerdì Santo - "Crocifissione e Sepoltura" - Intorno alle 11.30 del Venerdì, dalla Chiesa del SS. Rosario, il simulacro di Cristo con la croce sulle spalle è portato dai rappresentanti della maestranza dei lavoratori edili in processione fino al Calvario, passando prima dalla Chiesa del Carmine, ove avviene l'incontro con la Madonna avvolta in un manto nero, e poi per Via Mazzini, Via Alberto Mario, Via Roma e Via Garibaldi, Via Crispi, Via Nazareno. La processione termina al Calvario con la Crocifissione di Cristo e una lunga predica. Per tutto il pomeriggio il simulacro di Gesù rimane in croce, adornata di "lavuredda", e molti fedeli vanno a fargli visita e lasciano una piccola offerta che anticamente riempiva il manto nero della Madonna, mentre oggi viene riposta in un'apposita urna. Non mancano anche quei fedeli che, per una loro promessa o per chiedere una grazia, si recano scalzi ai piedi della croce a recitare il rosario e alcune preghiere. All'imbrunire un'urna adornata da una palma centrale e da quattro angioletti ai suoi lati, è portata dalla Chiesa del Carmine al Calvario. Cristo viene poi desposto dalla croce e collocato all'interno della bara di vetro. Ha quindi inizio una suggestiva processione. Tutta la popolazione vi partecipa intonando ripetutamente i due canti funebri "Vere Filius" e "Ah si versate lacrime" e accalcandosi intorno ai simulacri di Cristo e Maria che di tanto in tanto si fermano in punti prestabiliti. L'urna è portata in spalla da quattro Giudei, due vestiti con tunica bianca e due con tunica nera, aiutanti da tanti giovani che si alternano a reggere il peso. Una grande tela raffigurante la deposizione di Cristo precede la processione accompagnata dal suonatore della tromba e del tamburo avvolti in un panno nero e da colui che porta il canestro con i chiodi e le bende che sono serviti a mettere Gesù in croce. Uno squillo di tromba seguito dal rullo di un tamburo indica il momento della sosta e della partenza della processione e da anche il via ai canti. Dietro la tela raffigurante la deposizione di Cristo sta l'urna con ai lati diversi fedeli. Alcuni ragazzi vestiti da angeli si affiancano e seguono l'urna in un atteggiamento che indica tristezza; seguono poi le principali autorità politiche e religiose del paese e ad una ventina di metri la statua raffigurante la Madonna adorna di un manto nero e con il cuore trafitto da una spada che rappresenta il suo enorme dolore; infine tutto il resto del corteo che è lungo diversi metri.La processione si muove lentamente e segue sempre lo stesso percorso che va dal Calvario, prosegue per Via Nazareno, Via Vittorio Emanuele II, piazza Umberto I, piazza Dante, piazza Matrice, Via Alberto Mario, Via Roma, Via Garibaldi, Via Mazzini per poi arrivare in Piazza Carmine e entrare nella relativa Chiesa intorno alla mezzanotte. Qui avviene la sepoltura di Gesù tra il pianto degli angeli e i canti dei fedeli.
I canti e le musiche hanno sempre assunto una particolare importanza nelle manifestazioni sacre della Settimana Santa aragonese per le forti emozioni e il sentimento partecipativo che riescono a suscitare nei fedeli. Le parole e i suoni, assieme ai riti, ai gesti e ai simboli hanno avuto anche una funzione rappresentativa e descrittiva dell'evento rievocato, cadenzando i momenti emotivi che accompagnano tutto lo snodarsi degli avvenimenti. Molti canti sono scomparsi così come le rappresentazioni sacre a cui si accompagnavano come è il caso dei canti legati alla "cerca" della Madonna e ai sabati delle maestranze ove il dialogo tra Maria, Giovanni e il fabbro e le lodi a Gesù e Maria servivano anche a rappresentare con le parole quello che veniva fatto coi gesti e con il muto simulacro. La Domenica delle Palme, al termine della cerimonia rappresentativa dell'entrata di Gesù a Gerusalemme nella Chiesa Matrice, veniva cantata la Passio prima delle riforme liturgiche operate da Pio XII nel 1955 e dal Concilio Vaticano nel 1965 che spostò tutte le manifestazioni sacre che si svolgevano nella mattinata del Giovedì Santo al pomeriggio e quelle del Sabato mattina alla sera e, inoltre, abolì i canti in latino introducendo del tutto l'uso dell'italiano incoraggiando anche quei canti che favorissero la partecipazione popolare. Il testo del Passio cantata ad Aragona era dato dalla versione in latino dei passi del Vangelo secondo Matteo, dall'entrata di Gesù a Gerusalemme alla sua crocifissione; era eseguita a più voci in una melodia gregoriana popolareggiante. Essendo in latino venne quindi abolita, ma gli appassionati cantori del tempo, ora quasi tutti deceduti, continuarono per qualche anno a cantarla nella vecchia Chiesa di San Francesco o dei Cappuccini, ormai ridotta in un cumulo di macerie. Di quei cantori che provavano le melodie perore ed ore, tra cui Totò Brusca e Salvatore Palermo non rimane che qualche lontano ricordo. Le lamentanze cantate nelle processioni dei Sabati delle maestranze e il canto che accompagnava la "cerca" della Madonna nella giornata del Sabato. erano in dialetto, ma sono scomparsi lo stesso assieme alle manifestazioni sacre a cui si legavano. Da tré anni a questa parte la parrocchia del SS. Rosario sotto la guida del suo parroco ha ripreso alcuni canti che anticamente accompagnavano i momenti della Settimana Santa aragonese, ma che con gli anni erano scomparsi. Don Ignazio Zambito li ha raccolti dalla viva voce dei più anziani e stacercando di recuperarli, coadiuvato dai molti giovani dell'Associazione cattolica. Il primo di questi canti è "O di Davidde" che veniva cantato durante la processione della Domenica delle Palme. È un breve componimento, acclamatore dell'entrata di Gesù a Gerusalemme, che descrive lo stato d'animo dei fedeli per quel rituale e il significato della processione accompagnata da palme e ulivi. Il Vere fìlius e Ah sì versate lacrime, sono due canti funebri caratteristici della Settimana Santa aragonese che accompagnano e scandiscono i momenti della processione del Venerdì sera che per molti aspetti somiglia ai cortei funebri che un tempo si facevano ad Aragona per accompagnare i morti alla sepoltura. I parenti più intimi seguivano il lento muoversi della bara con pianti e urli, invocando il nome del congiunto scomparso e ricordando le sue qualità. Allo stesso modo i fedeli seguono l'urna con dentro Cristo, fermandosi continuamente per intonare i due canti in toni che somigliano alle grida di dolore e di disperazione. Le due melodie pur nella loro originalità e diversità si inseriscono nei molti canti presenti nei riti della Settimana Santa dei paesi dell'agrigentino e del nisseno chiamati "lamintanze". "Sono, scrive Antonio Buttitta, canti polifonici, dalla struttura melodica modale, simile a quella del canto liturgico bizantino, che giocano i loro effetti sul prolungamento di certe note, in particolare le finali. Vengono eseguiti da gruppetti di cantori, in cui in genere uno dei componenti, spesso alternandosi con altri, fa da capo. Molto semplici sono le parole del primo canto che vengono ripetute diverse volte come se fosse un lamento:
Vere Filius
Filius Dei erat iste
I gruppetti di cantori che spontaneamente si formano lungo la processione sono diversi e seguendo le note della banda musicale, a gara intonano i due versi cercando di superarsi a vicenda. I cori che si vanno formando sono sempre guidati da un capogruppo che con la sua voce supera e dirige gli altri. La partecipazione dei fedeli, che in un lunghissimo corteo si muovono lentamente, è totale e i canti si elevano con tale intensità e altezza quasi a voler "Ah sì versate lacrime" esprime tutto il dolore per la morte patita da Gesù e per le sue atroci sofferenze, ma somiglia molto, al "Vere fìlius" per la sua Melodia:
Ah Si Versate Lacrime,
angeli mesti in cielo,
vesti in lutto velo,
l’amato ben morì.
Morì per man dei barbari,
morì trafitto in croce.
Subì la pena atroce,
il Redentor spirò.
Le fermate lungo la Strada dei Santi sono prestabilite e avvengono come se si seguisse un copione diretto da un regista; sono effettuate sempre allo stesso punto con millimetrica precisione. I due canti sono stati introdotti delle celebrazioni del Venerdì Santo e del Giovedì, nella seconda metà dell'Ottocento e sono divenuti subito patrimonio popolare. La loro semplicità e la forte carica emotiva che riescono a sollecitare, coinvolgendo tutti quanti, contribuirono a renderli popolari. Inoltre, esprimono perfettamente lo stato d'animo popolare e il significato della celebrazione. La loro composizione si deve alla ispirazione di Eugenio Di Stefano originario di Raffadali, ma aragonese di adozione. Nacque nel 1825 nella cittadina di origine araba ma dopo aver conseguito la laurea in medicina, sposò Cristina Giacco e si trasferì ad Aragona in via Bellini dove esercitò la sua professione fino alla morte avvenuta il 9 Gennaio 1882. Fin da piccolo aveva mostrato una tendenza per la musica e un particolare estro Giovanissimo compose il "Vere fìlius" e "Occhi versate lacrime" cogliendo e trasmettendo in queste due "cantate" tutto lo stato d'animo popolare. La sua fu una felice ispirazione che ebbe subito tanta fortuna e quei due canti che erano stati composti per celebrare la ricorrenza pasquale divennero ben presto popolari. Tutti quanti gli abitanti di Aragona li conoscono e li cantano durante la processione del Venerdì Santo, ma nella maggior parte dei casi sconoscono il nome dell'autore. Inoltre, dopo pochi anni dalla loro comparsa sostituirono definitivamente le "lamentanze" che prima venivano cantate lungo la processione, i cui versi sono andati quasi tutti perduti. Essi sono stati introdotti anche nella rappresentazione sacra del Mortorio e ripresi fuori di Aragona.
Sabato Santo - "Processione dell'Addolorata"
Intorno alle 12:00 del Sabato Santo, dalla Chiesa Madre,
il simulacro della Madonna Addolorata è portata sulle spalle in processione
fino alla Chiesa del Carmelo, passando prima dalle Strade dei Santi.
Arrivati nella Chiesa del Carmelo inizia l'ora della Madre.
Domenica di Pasqua - "U Contru" - La celebrazione della resurrezione e della Pasqua giunge al culmine con una manifestazione sacra, l'"Incontru", che è unica nel suo genere pur avendo delle somiglianze con altre del genere che si hanno in Sicilia, soprattutto con quelle di Caltagirone e di Barrafranca. La rappresentazione dell'"Incontru" ha come scenario principale la piazza Umberto stipata di spettatori all'inverosimile e piazza Carmine. Tutta quanta la sequenza e il succedersi dei momenti rappresentativi seguono sempre lo stesso copione con ritmi e movimenti accuratamente studiati e guidati da un invisibile regista. A mezzogiorno, dopo la celebrazione della messa pasquale, la "vara" di Gesù risorto retta a spalla da numerosi portatori esce lentamente dalla Chiesa del SS. Rosario e si ferma davanti la porta quasi a voler scrutare in lontananza l'arrivo di qualche persona attesa. Contemporaneamente il simulacro di Maria anch'esso portato a spalla esce dalla Chiesa del Carmine avvolto in un manto nero simbolizzante il dolore e il lutto; con movimenti lenti si dirige in piazza Umberto fermandosi all'angolo di Palazzo Naselli. Due gigantesche statue di San Paolo e San Pietro alte intorno ai tré metri, che qualche minuto prima erano uscite rispettivamente dalle due Chiese e si erano fermate tra la folla, non appena si ferma il simulacro di Maria, si muovono ritmicamente e per vie diverse vanno alla ricerca di Gesù attraversando stretti corridoi che al loro passare si formano tra la folla per poi scomparire immediatamente subito dopo. Simili nell'aspetto, le due statue sono formate ciascuna da una grande testa di legno che poggia su uno scheletro formato di leggere strisce di legno. Una tunica rossa e molti nastri di diverso colore ricoprono il busto e il portatore che con le spalle sorregge la statua cercando di tenerla in perfetto equilibrio, aiutato da due persone che gli stanno sempre accanto. È San Paolo che per primo vede Gesù risorto e lo saluta con un inchino per poi correre da San Pietro e dargli la notizia. Un pò incredulo. San Pietro si muove lentamente alla ricerca di Gesù e, avvistatelo, gli corre incontro e lo saluta anche lui con un inchino. Dopo si reca da Maria e le comunica la resurrezione di Gesù ritornando poi tra la folla come prima aveva fatto San Pietro. Maria come in precedenza San Pietro, si muove lentamente, avvolta nel suo manto nero, e si dirige verso Gesù. Appena lo scorge gli corre incontro mentre il suo manto nero cade per terra liberando alcuni uccelli che volano via cinquettando felici per la ritrovata libertà. I due simulacri portati a spalla si muovono velocemente e ritmicamente avanti e indietro per tré volte accompagnati dalle note della banda musicale che ne scandiscono movimenti. Tutti e quattro i simulacri si muovono verso il Calvario rifacendo il percorso che Gesù avevamo il Venerdì Santo mattina per essere condotto in croce. Da lì ritornano in piazza Umberto dove si conclude tutta la celebrazione.
San Pietro
La Madonna
San Paolo
Prima Domenica dopo Pasqua - "Processione dalla Chiesa Madonna del Rosario verso la Chiesa Madre" - Intorno mezzogiorno della domenica successiva la Pasqua, viene portata la Madonna del Rosario (La Padrona di Aragona), a spalle, in processione con gli apostoli San Pietro e Paolo dalla Chiesa del Rosario alla Chiesa Madre. San Paolo uscendo dalla Chiesa della Madonna del Rosario, con la banda Musicale, che esegue marce armoniose e di festa, si reca verso la Chiesa del Carmelo, incontrandosi con L'apostolo San Pietro. Subito dopo, i due Apostoli, si recano nella Piazza Umberto I, dove ad aspettarli davanti la Chiesa del Rosario, c'è la Madonna, che con un inchino, la salutano, inizia così la Processione che si sviluppa attraversando le vie Principali del Paese: Piazza Umberto I, Via Vittorio Emanuele, Via Nazareno, Via Crispi, Via Mazzini, Via Giacco Calleja fin a concludersi in P.zza Madre. Arrivati in P.zza Madre, i due apostoli San Pietro e San Paolo entran o nella Chiesa Madre, inginocchiandosi salutano il Cristo Risorto, che si trova presso l'altare Maggiore. Subito dopo i due apostoli, lasciano la Madonna dentro la Chiesa, e delusi per aver lasciato la Madonna in un'altra Chiesa (secondo un detto aragonese), fanno ritorno nelle loro Chiese del Carmelo e del Rosario.
Il Risorto
Seconda Domenica dopo Pasqua -"Processione dalla Chiesa Madre verso la Chiesa Madonna del Rosario" Intorno alle 18,30 della seconda domenica successiva la Pasqua, viene portata la Madonna del Rosario (La Padrona di Aragona) a spalle, in processione con gli apostoli San Pietro e Paolo dalla Chiesa Madre alla Chiesa del Rosario. San Paolo uscendo dalla Chiesa della Madonna del Rosario, con la banda Musicale, che esegue marce armoniose e di festa, si reca verso la Chiesa del Carmelo, incontrandosi con L'apostolo San Pietro. Subito dopo, i due Apostoli, si recano nella Piazza Madre, dove ad aspettarli dentro la Chiesa Madre, c'è la Madonna, che con un inchino, la salutano. Uscendo dalla Chiesa inizia così la Processione che si sviluppa attraversando le vie Principali del Paese: Piazza Madre, Via Giacco Calleja, Via Alberto Mario, Via Roma, Via Garibaldi, Via Vittorio Emanuele fino a concludersi in P.zza Umberto I. Arrivati in P.zza Umberto I, i due apostoli San Pietro e San Paolo accompagnano la Madonna dentro la Chiesa del Rosario, posizionandola sopra l'altare Maggiore dove era posta la settimana precedente. Subito dopo i due apostoli, lasciando la Madonna dentro la Chiesa, San Paolo accompagna San Pietro presso la Chiesa del Carmelo e fà ritorno nella sua Chiesa del Rosario.
Tradizione Culinaria - "U TAGANU e PANAREDDA" - Ogni ricorrenza festiva ovunque come anche ad Aragona ha la sua pietanza e il suo cibo che a volte assume un significato allegorico e simbolico celebrativo dell'evento o semplicemente rappresenta un momentaneo e fuga ce benessere appagatore delle sofferenze quotidiane di natura materiale e spirituale. La realtà popolare è una continua privazione che nella festività viene temporaneamente liberata e tradotta in una fuggevole quanto sontuosa abbondanza propiziatrice di un domani migliore. La ricorrenza pasquale per il suo alto significato religioso che riveste e per il particolare periodo della ciclicità stagionale in cui si colloca trova ad Aragona nell'uovo e nei cibi tipici del l'agricoltura locale i suoi simboli celebrativi così come avveniva nelle più antiche civiltà. Infatti, "fu uso comune a tutti i popoli agricoli d'Europa e d'Asia di celebrare il nuovo anno mangiando delle uova. La festa ricorreva nell'equinozio di primavera, cioè nella Pasqua ecco perché la festa delle uova è stata legata alle feste Pasquali. L'uovo rappresentava presso gli antichi popoli ora la divinità suprema, ora la vita del mondo, ora la fecondità della terra. L'uovo e l'emblema più perfetto delle forze produttrici della natura". L'uso dell'uovo come elemento celebrativo della ricorrenza pasquale pertanto ad Aragona si può spiegare con la derivazione contadina del paese con il suo attaccamento alla terra e al mondo arcaico, ma non gli si attribuiscono quei significati simbolici e allegorici che gli si davano presso i popoli antichi. Più verosimilmente la sua presenza nei "panaredda" e nel "taganu" i due cibi celebrativi della festività di Pasqua, si deve alla elevata produzione che se ne ha m questo periodo e alla facile reperibilità che permette ai contadini di disporne a piacimento. I primi sono legati al modo in cui una volta si preparava il pane nel forno a legna che non mancava mai nelle case L'evoluzione della società contadina e le sue trasformazioni vanno sempre più contribuendo, però, alla loro scomparsa e soltanto in qualche famiglia si preparano ancora. Venivano preparati durante la Settimana Santa allorché si faceva il pane; gli ingredienti erano la stessa pasta usata per il pane e una quantità variabile di uova a seconda dei "panaredda" che si volevano preparare. L'uovo crudo veniva avvolto nella pasta, modellando tutto a forma di cesta con manici. Se la massaia era brava, faceva anche dei fiori con la pasta e li inseriva nella cesta. Il "panareddu" così preparato veniva poi cotto assieme al pane nel forno, e dopo una ventina di minuti, croccante e dorato, era pronto per essere mangiato; l'uovo divenuto sodo assumeva un particolare sapore dategli anche dal profumo del pane caldo: per tutti quanti rappresentava una ghiottoneria. Il cibo per eccellenza, però tipico di Aragona che simboleggia la Pasqua ed è divenuto con il passare degli anni celebrativo della ricorranza è il "taganu", a base di uova e "tuma", che non trova riscontro in nessun'altra parte. È infatti, originario del paese e la sua tradizione si perde nei tempi e nella leggenda. Le massaie anticamente incominciavano a raccogliere le uova alcune settimane prima di Pasqua per averne in gran quantità quando dovevano prepararlo. Il nome deriva dal tegame in cui viene cucinato nel pomeriggio del Sabato Santo per poi essere consumato il Lunedì dell'Angelo in mezzo ai campi dove è tradizione trascorrere la giornata, ma c'è chi non resiste fino a tale giorno e lo assaggia ancora caldo e profumato. Gli ingredienti per un "taganu" bastevole ad una famiglia di sette o otto persone sono:
- 1 Kg. di rigatoni o tortiglioni;
- 60 uova;
- 1 Kg. di "tuma";
- 1/2 Kg. di carne di vitello o maiale tritata;
- 1/4 litro di brodo di pollo,
- un pizzico di erbe aromatiche (prezzemolo, zafferano, menta)
- 20 grammi di cannella.
Si procede alla sua preparazione frullando per prima le uova con il brodo di pollo e con un pizzico di zafferano e cannella. Successivamente si fa cuocere la pasta al dente e la si dispone nel tegame fino a formare uno strato compatto su cui prima si stende un pò di carne tritata e poi si versano le uova frullate. La "tuma" ridotta in sottili fettine ricoprirà poi il tutto. Si procede formando di nuovo un altro strato di pasta e continuando le operazioni di prima, fino ad esaurire tutti gli ingredienti. L'ultimo strato di "tuma" va ricoperto abbondantemente di uova frullate che dovranno colare negli strati inferiori a colmare tutti i vuoti esistenti. A questo punto il "taganu" è pronto per essere messo al forno e dopo un'ora, un delizioso profumo si diffonderà per tutta la casa annunciando la sua avvenuta cottura. Sulle sue origini si hanno poche notizie, ma già la fantasia popolare ha incominciato ad elaborare la sua storia e a dirci come il "taganu" un bei giorno venne preparato. La sua storia è stata raccontata da alcune ragazze della scuola elementare e media che, partecipando al premio "Elia Rotulo" organizzato dalla Pro Loco, hanno dato due diverse versioni nei loro elaborati. Le due narrazioni non possono essere state frutto della fantasia di due singole ragazze in quanto sono venute fuori contemporaneamente in molti elaborati di autori diversi. Secondo il primo racconto una povera famiglia contadina di Aragona, tanti anni fa, aveva venduto tutti gli agnelli e le caprette che aveva per procurarsi il cibo per l'inverno e non sapeva come festeggiare la Pasqua. Allora la vecchia contadina dai capelli bianchi e un pò in curvata dalla fatica degli anni e dal lavoro nei campi, desiderosa di rendere felici i suoi figli in quel giorno di festa, pensò di preparare un piatto con tutti gli ingredienti che aveva in casa e di metterlo in forno dopo che avesse sfornato il pane che aveva preparato. In casa c'erano uova in abbondanza che le galline avevano fatto in mattinata, la "tuma" preparata da poco con il latte munto alle pecore e alle capre e pasta in gran quantità. La donna lentamente prese questi ingredienti e dopo averli mescolati li mise con alcuni aromi raccolti nella campagna, in un tegame che in forno nel forno ancora caldo. Dopo alcuni minuti il recipiente di terracotta incominciò a emanare profumo e a colorarsi di un giallo dorato, stuzzicando l'appetito di tutti i familiari. Quel cibo piacque tanto alla famiglia che la vecchia contadina in gran segreto nel pomeriggio ne svelò la preparazione alla comare; questa fece lo stesso e ne parlò alla vicina di casa che a sua volta in gran segreto la rivelò all'altra comare. Nel giro di qualche ora tutte le donne del paese conoscevano la ricetta del "taganu" e in gran segreto si misero a prepararlo per consumarlo l'indomani, il Lunedì dell'Angelo in mezzo ai prati. Secondo l'altra versione il Principe di Aragona voleva far festeggiare la Pasqua ai suoi contadini ma non sapeva come far preparare un cibo che pò tesse bastare per tutti e potesse piacere a tutti. Pensò così di farlo con i prodotti tipici della campagna aragonese che venivano consumati da tutti ed erano graditi a tutti. Fu così che in un gran tegame fece preparare una pasta a forno a base di uova e "tuma", distribuendola poi a tutti. I contadini rimasero contenti e da quel giorno ognuno di loro pensò di preparare a pasqua il "Taganu". Anche se la leggenda è frutto di fantasia, ha pur sempre una derivazione dalla realtà. II "taganu" è infatti un piatto tipico di Aragona che deriva dalla sua campagna e in essa si consuma il Lunedì dell'Angelo dopo averlo preparato il Sabato Santo. I suoi ingredienti sono anche i cibi quotidiani di chi vive nei campi e di chi un tempo vi abitava per tutte le stagioni. Dallo scorso anno la Pro Loco ha pensato di organizzare anche una sagra del "taganu" che ha avuto tanto successo e una grande partecipazione di pubblico e che sicuramente contribuirà a diffonderlo fuori di Aragona.
"U Taganu" di Anna Lisa Seviroli
A pasqua li strati di Raona
si spanninu d'oduri e di fraganza
picchì la genti, ndaffarata, pensa
di priparari na bella pitanza
ca ni ddru iornu ci l'inchi la panza.
Lu taganu: è un intrugliu prelibatu
fattu di tuma, pitrusino, puepetta e zafferano,
di cavatuna grossa misi a stratu
tutti cumigliati di tritatu.
Si sbattinu tant'ova e s'arrimina,
po si metti nto furnu e si cucinacoci pi
un'ura e forsi...e chiùsi
risulleva e nesci da pignata
comu na torta bella e ndorata.
Lu sciavuru chi fa è talmenti forti,
ca nesci addirittura sutta li porti.
Si qualcuno nun l'ha ancora assaggiatu,
lu avvertu,vinissi o me paisi,
macari cu un carrettu;
però una cosa sula raccumannu
lu iornu cchiù indicatu è lu sabatu essantu!
Ora cu tuttu stu parlari,
nta panza già tutto mi sentu un gran firmentu,
vulissi ancora lu taganu elugiarima aspetto
a Santa Pasqua e sugnu cuntenta
LA SAGRA DU TAGANU - "E' essenziale la riscoperta delle tradizioni, sono espressione e riflesso della cultura di un popolo. Inoltre le peculiarità della nostra Settimana Santa costituiscono una vetrina per Aragona. In una società globalizzata dobbiamo parlare del nostro paese, avere la capacità di riprenderci la nostra storia e reinnamoraci di usi, costumi tradizioni e genuinità". Infatti, l'Amministrazione guidata da Alfonso Tedesco ha ripreso la festa dedicata alla pietanza più antica della tradizione contadina aragonese, la cui nascita si perde nella leggenda. Una sorta di sformato la cui ricetta base prevede l'utilizzo di uova, tuma, cannella e rigatoni, e nelle varianti l'aggiunta di carne trita e altri aromi dosati con sapienza, che viene infornato in recipienti di terracotta (da cui il nome del piatto) dando vita a una specialità tanto unica quanto saporita. Questa sagra conclude le Festività della Settimana Santa e quindi, l'ultima domenica, (la seconda domenica dopo Pasqua), gli Apostoli accompagnano la Madonna del Rosario, patrona di Aragona, dalla chiesa Madre, nella chiesa del Rosario". Da questo momento ad Aragona si assisterà a una esplosione di profumi e sapori, ma anche di colori considerate le manifestazioni artistico culturali in programma. A curare la ripresa video della Settimana Santa Aragonese, che poi verrà trasmessa su Rai International, specie nella parte che riguarda la singolare manifestazione della "Sagra du Taganu", è ancora una volta l'associazione "Tele Video Aragona" presieduta e coordinata da Simone Pietro Costanza. Non rimane, quindi, che godersi questa Sagra du Taganu che vedrà i produttori stessi della pietanza offrirla in degustazione assieme a vino locale, il tutto con un sottofondo di appropriata musica folkloristica.