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Monumenti - Maccalube

Monumenti

"Le Maccalube"

Esplosione del 10 Febbraio 2008 ore 9.58

Le Maccalube sono delle suggestive sorgenti idroargillose che si trovano a circa quattro chilometri dal centro urbano di Aragona, formatesi, nel corso degli anni, per la continua fuoriuscita d'argilla dal sottosuolo. Il fenomeno si manifesta solo se i gas (metano, ma anche in minore quantità, anidride carbonica, azoto, ossigeno, argon, ossido di carbonio,elio) sono sottoposti ad una certa pressione e sono in relazione con argille non consolidate, intercalate in livelli di acqua salata. La loro fuoriuscita, però, non sempre viene accompagnata da argilla; talvolta ai gas si associano soltanto delle sostanze liquide che determinano degli specchi di acqua torbida dalle dimensioni variabili, dove avviene un moltiplicarsi di tanti piccoli organismi che trovano il loro ambiente ideale.

Il paesaggio, che si presenta come una landa brulla dal colore che varia dal biancastro (dovuto alla polvere di cristalli che esce dal sottosuolo) al grigio chiaro a quello molto scuro, è caratterizzato da una serie di vulcanelli di fango freddi così definiti per la tipica forma a cono che la continua fuoriuscita d'argilla dal sottosuolo determina. Per analogia con quello vulcanico, questo fenomeno viene definito vulcanesimo sedimentarie e rientra nelle manifestazioni petrolifere superficiali di tipo gassoso. Il vulcanesimo sedimentario si manifesta in presenza di gas che sottoposti ad una certa pressione possono anche determinare esplosioni dovute al miscuglio di metano e ossigeno, detto Grisù.

Il fenomeno è riconducibile alla presenza nel sottosuolo di un vasto bacino argilloso localizzabile a circa dodici km di profondità. Si suppone una presenza elevata di acqua derivante da sorgenti sotterranee. Le acque partecipano al processo chimico ed ai fenomeni eruttivi, rendendo plastica l'argilla che così forma un'ostruzione che blocca l'uscita dei gas. Le eruzioni vengono anticipate da un inarcamento della collina e, nel periodo precedente la loro manifestazione, si possono notare nell'altipiano delle crepe ad andamento ortogonale. Ma questi non sono gli unici segnali. Il capovolgimento del terreno viene annunciato ed accompagnato da forti boati e, in questi casi, il materiale argilloso misto a gas e acqua viene scagliato a decine di metri di altezza, fino ad assumere la tipica forma a fungo delle esplosioni nucleari.

Nei nostri giorni non si ha alcuna testimonianza di questa pietra ne della presenza di petrolio, anche se nel sottosuolo esiste qualche sua traccia tantoche circa trentacinque anni fa l'Eni fece dei sondaggi per trovare qualche suogiacimento, ma con scarsa fortuna. Le testimonianze antiche parlano un "lacus agrigentinus" da cui affiora un liquido bituminoso senza indicare con esattezza la località.

Tommaso Fazello (1498 - 1570) nel "De rebus siculis decades duae", riprende le cita-zioni antiche e localizza l'emissione del liquido bituminoso in una sorgente che si trovava nei campi di un certo Angelo Strazanti e non nelle Maccalube. "Fons iste aetate mea - egli scrive - in supradictis Angelis Strazanti hortis extat. In quo oleum, quod genus est bituminis, supernatat: quo collecto et diversa morborum genera curanda Agrigentini hodie utuntur". Continuando la descrizione delle cose meravigliose di Agrigento, egli poi parla della Maccalube e dice di aver potuto osservare nei tempi in cui egli vive una cosa "degna di meraviglia la qual non seppe Solino e cioè che ogni cinque anni questo luogo fa novità, e mena furore, perché tonando terribilmente, o sentendosi grandissimo rumore, con nembi oscurissimi, esce fuori di quivi tanta gran quantità di cenere, e di fango, che la terra cresce quasi sei braccia".

L'Arciprete Agatino Giacco, però, non vede affiorare liquido bituminoso dalle Maccalube e non nota la periodicità delle eruzioni per cui giusta-. mente dice che la descrizione fatta dal Fazello non si è basata sull'osservazione diretta ma riprende quello che dicevano gli antichi storici. L'illustrazione del Fazello, egli afferma, "in alcune parti non confronta coli'osservazioni presenti", cioè non corrispondeva a quanto si poteva osservare in quegli anni.

T. Fazello, Della Storia della Sicilia, Deca prima Libro VI, cap. I, tradotto in lingua toscana dal P.M. Remigio Fiorentino, Palermo, 1817.
II Canonico Mongitore nella "Sicilia ricercata" riporta le stesse notizie degli antichi Storici ma aggiunge che gli oggetti nel lago agrigentino rimangono a galla. Al contrario queste caratteristiche del fenomeno non erano riscontrate dall'Arciprete Agatino Giacco e non si riscontrano neanche nei nostri giorni.
L'Abate Amico scrive che l'acqua sulfurea che affiora dalle Maccalube è bollente mentre Agatino Giacco osserva che essa è semplicemente calda.

Nei nostri giorni, però, essa si presenta a temperatura ambiente, così come si presentava all'inizio del '900, come poteva accertare Sebastiano Crino.
La descrizione coincide con quanto si può osservare nei nostri giorni, ma la spiegazione che viene data sulla natura del fenomeno è alquanto errata. Agatino Giacco ritiene che l'acqua "fermentando a tante bolle", cioè (andando in ebollizione nelle viscere della terra, evapora ed affiora ancora calda generando la melma, che esce dalle piccole aperture del terreno e si deposilo, intorno ad esse. In realtà l'emissione della fanghiglia argillosa è provocata dalla fuoriuscita di gas, che si genera ad una profondità di 12 Km .; esso, nel suo cammino, trascina con sé l'argilla resa fangosa dalla presenza di acque nel sottosuolo.

Nei nostri giorni, però, se introduciamo una verga in una delle bocche da cui affiora il liquido melmoso questa viene turata, forse perché la pressione del gas è molto diminuita rispetto al passato.
Le periodicità quinquennale delle eruzioni delle Maccalube sostenuta dal Fazello e da altri Autori, tra cui Nicolo Serpetro, e rilevata anche dal Canonico Amico, viene negata dal francese Deodat De Dolomieu, venuto appositamente ad Agrigento nel 1781 per studiaer il fenomeno da vicino. Agatino Giacco concorda con quanto afferma lo studioso francese e rileva che nel corso di un secolo non si ebbero eruzioni periodiche di tré o cinque anni. Le eruzioni, in effetti, avvengono con molta irregolarità, a breve o a lunga distanza di tempo. In questi ultimi anni esse si sono verificate nel 1976, nel 1984, nel 1987 e lo scorso ottobre.1990, tutte con le stesse modalità anche se con intensità diversa. L'eruzione del 12 aprile 1987 durò appena un quarto d'ora è accompagnata da forti boati e da una elevata accentuazione dell'emissione dei gas dalle pozze d'acqua della collina e dalle bocche da cui esce la fanghiglia.

Tutta la superficie delle Maccalube si trasformò in un cratere e si sollevo come se ci fosse stata una forte esplosione, innalzandosi per quasi venti metri e formando un fungo simile a quello che si genera per le esplosioni atomiche. Per tutta la durata dell'eruzione continuò a fuoriuscire violentemente una enorme quantità di argilla "come se fosse stata spinta attraverso un tubo da una forza impetuosa sprigionatasi all'improvviso". Dopo un quarto d'ora "lentamente il fragore andò diminuendo fino a cessare del tutto e la gran massa di argilla fangosa a poco a poco, si depositò tutt'intorno, elevando la superficie del terreno di circa tré metri rispetto al livello precedente e inghiottendo tutti i coni di fango che si erano formati nei mesi precedenti.

Due giorni dopo, come potemmo osservare, tutta la collina apparve come un campo arato di colore bigio e gonfio, come se stesse lievitando.
Attorno alla collina poche erano le tracce di argilla; ne notammo soltanto pochissima, segno evidente che durante l'eruzione si doveva trovare in uno stato molto fangoso, addirittura pastoso per cui si è mantenuta compatta, divenendo quasi un corpo elastico. Tutt'intorno l'erba era piegata verso l'esterno come se dal centro delle maccalube si fosse sprigionato un impetuoso vento e avesse causato una forte forza centrifuga. Moltissime bollicine, inoltre, affioravano violentemente in superficie dai due ristagni d'acqua situati nella parte orientale, i quali sembravano in ebollizione, mentre poco distante, dove prima c'erano due grandi coni d'argilla, si vedeva emergere molta fanghiglia argillosa e, di tanto in tanto, qualche bollicina.
Dopo quattro settimane nella parte centrale, allineati tra di loro, si formarono diversi nuovi coni di argilla che nel giro di due mesi raggiunsero una considerevole dimensione" .

L'eruzione del 1777 viene narrata anche con altre due descrizioni che colgono gli stessi ragguagli dati da Agatino Giacco. La prima è di un anonimo osservatore ed è stata scritta nei giorni immediatamente dopo il 30 settembre mentre l'altra è stata compilata il 5 novembre successivo da Gerlando Marsala. "Dietro Girgenti - scrive il testimone di cui si ignora il nome - trovasi il feudo Moruca, così chiamato dall'antichità, oggi però detto Maccaluba, ove in una preminenza di una salma di terre infeconde si trovano varie bocche, che a tarda bolla cacciano fuori del limaccio e acqua torbida. Il 30 dello scorso settembre 1777, dopo mezz'ora che era spuntato il sole, si udì nel cen nato luogo un mormorio, che a momenti avanzandosi, sorpassava il fragore dei più forti tuoni.

Quindi si vide tremar la terra vicina, che tuttora ne mostra le profonde crepature, e allargavasi più del solito, al diametro di palmi dieci, la principale bocca, da dove suole scaturire perennemente il limaccio, e l'acqua torbida cominciò ad uscire, come una nuvola di fumo, in alto, che fra lo spazio di pochi momenti si avanzò all'altezza di otto palmi, quale, sebbene in qualche parte era di color fiamma, costava però di liquido limaccio e di pezzi di creta, che cadendo, si spargevano egualmente nella estensione di una salma di terra, ricadendo però la gran parte nella grande apertura, donde era uscita. Durò questa eruzione per mezz'ora, e, con l'intervallo di un quarto d'ora. Frattanto si udivano, sotto la cennata salma di terra, gli stridolamenti di gran mole e il loro ruinoso inabissamento; alla distanza di tré miglia si udiva come il mare in tempesta.

Mentre che si operavano questi terribili fenomeni, la gente, che si trovava ivi spaventata, Credendo che fosse arrivato l'ultimo crollo dell'universo, temeva di restare seppellita sotto la creta che vomitava la gran bocca. Riempì il limaccio l'estensione di questa salma di terra alla profondità di palmi, oltre di aver appianate le valli vicine. E sebbene questa creta fosse stata liquida, l'indomani però comparve nella naturale consistenza, di maniera che per mise ai curiosi di avvicinarsi alla gran bocca, situata nel mezzo, per osservarla. Il limaccio tuttora conserva la puzza di zolfo, che più penetrante s'intese nel tempo della eruzione; e però di nuovo comparvero le altre bocche, che nella eruzione si erano chiuse. Si sente ancora un secreto sotterraneo mormorio, che fa temere di qualche ulteriore eruzione".

L'altra descrizione di Gerlando Marsala è contenuta in una lettera spe dita all'Abate Di Blasi e non concorda con la narrazione di Agatino Giacco e dello sconosciuto testimone soltanto nella durata dell'eruzione mentre per il resto da gli stessi ragguagli.
"Nel mese di Settembre del 1777 - infatti, egli scrive - la superficie del terreno chiamata Macalubbe sei miglia in circa distante da Girgenti da quella parte, che di Città guarda la Tramontana , di cui parla Fazello dee. L. lib. 6 C .L., cominciò a fumigare in maniera, che scrostata prima con un gran tuono, e sollevatasi per l'aria quella crosta il fumo saliva per l'aria aggiornando in dense nebbie per il circuito di due miglia; durò per otto giorni continui senza vedersi mai fuoco. Il Gaglio nella Storia di Girgenti è di parere, che lo stesso è il bitume, la cenere, il rumore, la sterilità del terreno cagionata, dalla materia infuocata del Monte Etna".

Le due eruzioni del 1777 e del 1987, confrontate tra loro presentano del le sostanziali diversità a causa della differente composizione del materiale eruttato. La dinamica del fenomeno è la stessa ma mentre in quella più antica venne eruttato principalmente gas liquido, che scagliò a diversi metri di distanza masse di argilla, in quella più recente venne emessa prevalentemente argilla fangosa. Nel 1777 il gas liquido emesso formò nuvole di fumo e dopo alcune ore tutta la superficie tornò asciutta tanto che all'indomani dell'eruzione i curiosi poterono camminarvi sopra senza pericolo di sprofondare. Nell'eruzione del 1987, invece, non si osservarono fiammate e fumo; l'argilla fangosa rimase molle per alcuni mesi, prima di essiccarsi e permettere ai visitatori di camminarvi sopra. La presenza di gas liquido nell'eruzione del 1777 è testimoniata anche dall'odore puzzolente del limaccio mandato fuori dalle Maccalube.

Agatino Giacco termina la descrizione delle Maccalube senza avanzare alcuna ipotesi o qualche spiegazione sulla natura di questo singolare fenomeno, le cui "fermentazioni" e le "stupende eruzioni" sortiscono sempre nello stesso luogo. Egli crede che possa trattarsi di un vulcano ma non ha alcuna prova per cui rinuncia a dare una sua valutazione, per timore di cadere in qualche errore. A distanza di due secoli, però, la spiegazione della natura del "singolare fenomeno » appare abbastanza chiara, anche perché la tecnica(ha raggiunto una così alta capacità che permette di conoscere la composizione della terra senza che "s'apra sino al fondo la Terra e ci scopra le sue viscere, tutt'i diversi corpi, che contiene, i minerali, l'acqua, le comunicazioni,l'anfratti vuoti, e le caverne".

Le Maccalube si trovano al centro di un bacino argilloso nelle cui profondità si scompongono in continuazione sostanze organiche depositatesi in epoche geologiche molto remote, che secondo Orazio Silvestri sono collegabili all'epoca terziaria. Le sostanze organiche scomponendosi a una profondità di 12 Km . generano dei gas che affiorano, attraverso vari interstizi, in superficie, trascinando con sé l'argilla, resa fangosa dalle sorgenti sotterranee che vi si trovano.

Il limaccio lentamente esce dalle piccole aperture e si deposita intorno ad esse, accumulandosi fino a raggiungere l'altezza di tré o quattro palmi,formando dei piccoli coni che sembrano vulcani in miniatura. Non tutto il gas generato in profondità riesce, però, ad affiorare; parte di esso rimane imprigionato in sacche d'argilla, aumentando col passare del tempo in quantità e nella sua forza dirompente fino a provocare le periodiche eruzioni, senza alcuna regolarità.





La Flora

La collinetta non incanta soltanto per il suo paesaggio lunare. Essa è un vero e proprio Paradiso Botanico che vanta, in primavera, la presenza di ben quindici specie di orchidee. Ma la vera ricchezza floristica viene dagli stagni temporanei mediterranei che hanno determinato un numero considerevole di endemismi come l'Aster Sorrentini, (varietà tutelata dalla Comunità Europea) e la Lavatera Agrigentina ; di particolare importanza è la gariga-steppa formata dal Lygeum Spartum e dalla Salsola Agrigentina, endemismo il cui locus classicus è proprio il territorio delle Maccalube. Tutta questa varietà ha permesso di inserire le Maccalube come sito di interesse Comunitario e di istituire nel 1996 la Riserva Naturale Integrale delle Maccalube, affidata alla gestione di Legambiente. L'area di Riserva (con una superficie di oltre 240 ettari ) è unica in tutta Italia proprio per la varietà e l'estensione di questo fenomeno naturale.




La Fauna

Gli stagni temporanei favoriscono lo sviluppo di una ricca entomologia, la riproduzione di anfibi e la presenza di rettili. Sull'area della collinetta si possono anche osservare alcune specie rapaci come il Falco di palude; il territorio è zona di sosta per gli uccelli durante il periodo di migrazione.




I Toponimi

Il toponimo Maccalube o Macalube varia nella duplice versione della occlusiva velare sorda scempia /maka'lube/ e geminata /makka'lube/. Il Nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, presenta il termine nella versione di Maccaluba (s.f.) adducendo il seguente significato: "sorgente fangosa con emissioni di metano e anidride carbonica". La sua origine etimologica risale all'arabo Maqlùb che significa propriamente “ribaltamento". Il termine, dunque, oltre ad indicare questa precisa area geografica dell'aragonese, è sostantivo che serve per indicare tutte quelle manifestazioni eruttive esistenti sul pianeta. Le testimonianze storiche risalgono a più di duemila e cinquecento anni fa; fra le tante citiamo Platone, Aristotele, Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio. L'appellativo latino del luogo è Ager agrigentinus (campo agrigentino) e Lacus agrigentinus (lago agrigentino), denominazione data perché in tempi remoti, attorno all'attuale collina, doveva esserci un enorme specchio d'acqua torbida che si riversava nel vallone.
A partire dall'età rinascimentale "lacus" e "ager" vengono indicati con il toponimo Machaluba.
Più recentemente la località viene detta Occhiu di Maccalubbi per la caratteristica forma circolare e per il suo colore biancastro; in uso è anche la forma vulcanelli per la similarità dei coni con i grandi vulcani.




Curiosità

Testimonianze dell'esistenza delle Maccalube risalgono oltre il V sec. a. C. - In epoca preistorica venivano considerate la divinità. Numerosi reperti archeologici, infatti, attestano l'esistenza dei doni che venivano offerti al dio.
- I Greci e i Romani usavano il fango per fare maschere di bellezza per le ricche signore.
- Nel 1087, quando gli Arabi scacciarono via i Normanni, si dice che sulla piana delle Maccalube ci fosse stato uno scontro molto cruento e sanguinoso tale che, nella tradizione contadina, il liquido grigiastro che viene espulso dai vulcanelli viene definito "Sangu di li Saracini" (il sangue dei saraceni).
- Orbu di l'occhi. Secondo una leggenda popolare chi giurava il falso veniva condotto sulla terra delle Maccalube ed ivi accecato. -Anticamente il liquido veniva utilizzato per l'accensione delle citalene .


Il Mito

Ai vulcanelli è legata una interessante leggenda che da tempo dà alimento alla fantasia di quanti sono rimasti incantati dal paesaggio lunare delle Maccalube. Si narra che un tempo, dove adesso la terra è un continuo gorgoglio, un incessante richiamo alla contemplazione della sua grandezza, vi era una ricca città che portava il nome di Cartagine. Era un centro opulento in cui aveva luogo un vasto mercato, dove , al centro della città, si trovava una chiesa con un gallo d'oro sopra il campanile. La gente del luogo viveva nella tranquillità finché un giorno, durante una festa religiosa, scoppiò una lite tra due opposte fazioni così violenta da fare adirare una divinità che fece sprofondare l'intera città sotto terra. Si pensa che ogni sette anni, a mezzanotte in punto, ricompaia il gallo d'oro del campanile e talvolta, a seconda dell'entità dell'eruzione, riaffiori Cartagine intera con tutto il suo mercato.Si dice che se qualcuno si trova nei pressi della collinetta e vede l'accaduto può avventurarsi tra la folla del mercato e veder tramutato in oro tutto ciò che compra, ma ad una condizione: non deve farsi prendere dalla paura e, nell'attraversare la piazza, non deve mai voltarsi indietro altrimenti viene risucchiato dalle viscere della terra.



Note

La città sommersa di cui si parla nella leggenda è forse quella stessa a cui alludeva Vitruvio, vissuto nell'età di Augusto, quando parlava di una "fons Carthaginis". La credenza è sicuramente nata dalla presenza nella zona di un insediamento urbano scomparso in seguito ad una eruzione delle Maccalube. L'area di riserva è caratterizzata da forme dolci, costituite da depositi prevalentemente argillosi e solcate da una fitta rete di valloni, percorsi periodicamente da acque derivanti da concentrate precipitazioni stagionali. A causa della povertà dei suoli e dell'aridità del clima la vegetazione predominante è costituita da piante erbacee. In autunno con le prime piogge le alture sono coperte da leggero prato verde, che in primavera in un esplosione di colori veste le colline con un tappeto di fiori selvatici. Col sopraggiungere dell'estate tornano a prevalere i colori ambrati tipici della stagione calda siciliana.
In questo contesto generale spicca con notevole suggestione la collina dei Vulcanelli; essa si presenta come una landa brulla di colore dal biancastro al grigio al grigio scuro, dalla quale si elevano, quasi a ricordare un paesaggio lunare, una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro.


Direttore: @ostanza Simone Pietro | televideoaragona@libero.it

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