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Monumenti

A R A G O N A

I MONUMENTI


Esplosione del 10 Febbraio 2008 ore 9.58

Le MACCALUBE sono delle suggestive sorgenti idroargillose che si trovano a circa quattro chilometri dal centro urbano di Aragona, formatesi, nel corso degli anni, per la continua fuoriuscita d'argilla dal sottosuolo. Il fenomeno si manifesta solo se i gas (metano, ma anche in minore quantità, anidride carbonica, azoto, ossigeno, argon, ossido di carbonio,elio) sono sottoposti ad una certa pressione e sono in relazione con argille non consolidate, intercalate in livelli di acqua salata. La loro fuoriuscita, però, non sempre viene accompagnata da argilla; talvolta ai gas si associano soltanto delle sostanze liquide che determinano degli specchi di acqua torbida dalle dimensioni variabili, dove avviene un moltiplicarsi di tanti piccoli organismi che trovano il loro ambiente ideale. Il paesaggio, che si presenta come una landa brulla dal colore che varia dal biancastro (dovuto alla polvere di cristalli che esce dal sottosuolo) al grigio chiaro a quello molto scuro, è caratterizzato da una serie di vulcanelli di fango freddi così definiti per la tipica forma a cono che la continua fuoriuscita d'argilla dal sottosuolo determina. Per analogia con quello vulcanico, questo fenomeno viene definito vulcanesimo sedimentarie e rientra nelle manifestazioni petrolifere superficiali di tipo gassoso. Il vulcanesimo sedimentario si manifesta in presenza di gas che sottoposti ad una certa pressione possono anche determinare esplosioni dovute al miscuglio di metano e ossigeno, detto Grisù. Il fenomeno è riconducibile alla presenza nel sottosuolo di un vasto bacino argilloso localizzabile a circa dodici km di profondità. Si suppone una presenza elevata di acqua derivante da sorgenti sotterranee. Le acque partecipano al processo chimico ed ai fenomeni eruttivi, rendendo plastica l'argilla che così forma un'ostruzione che blocca l'uscita dei gas. Le eruzioni vengono anticipate da un inarcamento della collina e, nel periodo precedente la loro manifestazione, si possono notare nell'altipiano delle crepe ad andamento ortogonale. Ma questi non sono gli unici segnali. Il capovolgimento del terreno viene annunciato ed accompagnato da forti boati e, in questi casi, il materiale argilloso misto a gas e acqua viene scagliato a decine di metri di altezza, fino ad assumere la tipica forma a fungo delle esplosioni nucleari. Nei nostri giorni non si ha alcuna testimonianza di questa pietra ne della presenza di petrolio, anche se nel sottosuolo esiste qualche sua traccia tantoche circa trentacinque anni fa l'Eni fece dei sondaggi per trovare qualche suogiacimento, ma con scarsa fortuna. Le testimonianze antiche parlano un "lacus agrigentinus" da cui affiora un liquido bituminoso senza indicare con esattezza la località. Tommaso Fazello (1498 - 1570) nel "De rebus siculis decades duae", riprende le cita-zioni antiche e localizza l'emissione del liquido bituminoso in una sorgente che si trovava nei campi di un certo Angelo Strazanti e non nelle Maccalube. "Fons iste aetate mea - egli scrive - in supradictis Angelis Strazanti hortis extat. In quo oleum, quod genus est bituminis, supernatat: quo collecto et diversa morborum genera curanda Agrigentini hodie utuntur". Continuando la descrizione delle cose meravigliose di Agrigento, egli poi parla della Maccalube e dice di aver potuto osservare nei tempi in cui egli vive una cosa "degna di meraviglia la qual non seppe Solino e cioè che ogni cinque anni questo luogo fa novità, e mena furore, perché tonando terribilmente, o sentendosi grandissimo rumore, con nembi oscurissimi, esce fuori di quivi tanta gran quantità di cenere, e di fango, che la terra cresce quasi sei braccia". L'Arciprete Agatino Giacco, però, non vede affiorare liquido bituminoso dalle Maccalube e non nota la periodicità delle eruzioni per cui giusta-. mente dice che la descrizione fatta dal Fazello non si è basata sull'osservazione diretta ma riprende quello che dicevano gli antichi storici. L'illustrazione del Fazello, egli afferma, "in alcune parti non confronta coli'osservazioni presenti", cioè non corrispondeva a quanto si poteva osservare in quegli anni. T. Fazello, Della Storia della Sicilia, Deca prima Libro VI, cap. I, tradotto in lingua toscana dal P.M. Remigio Fiorentino, Palermo, 1817. II Canonico Mongitore nella "Sicilia ricercata" riporta le stesse notizie degli antichi Storici ma aggiunge che gli oggetti nel lago agrigentino rimangono a galla. Al contrario queste caratteristiche del fenomeno non erano riscontrate dall'Arciprete Agatino Giacco e non si riscontrano neanche nei nostri giorni. L'Abate Amico scrive che l'acqua sulfurea che affiora dalle Maccalube è bollente mentre Agatino Giacco osserva che essa è semplicemente calda. Nei nostri giorni, però, essa si presenta a temperatura ambiente, così come si presentava all'inizio del '900, come poteva accertare Sebastiano Crino. La descrizione coincide con quanto si può osservare nei nostri giorni, ma la spiegazione che viene data sulla natura del fenomeno è alquanto errata. Agatino Giacco ritiene che l'acqua "fermentando a tante bolle", cioè (andando in ebollizione nelle viscere della terra, evapora ed affiora ancora calda generando la melma, che esce dalle piccole aperture del terreno e si deposilo, intorno ad esse. In realtà l'emissione della fanghiglia argillosa è provocata dalla fuoriuscita di gas, che si genera ad una profondità di 12 Km; esso, nel suo cammino, trascina con sé l'argilla resa fangosa dalla presenza di acque nel sottosuolo. Nei nostri giorni, però, se introduciamo una verga in una delle bocche da cui affiora il liquido melmoso questa viene turata, forse perché la pressione del gas è molto diminuita rispetto al passato. Le periodicità quinquennale delle eruzioni delle Maccalube sostenuta dal Fazello e da altri Autori, tra cui Nicolo Serpetro, e rilevata anche dal Canonico Amico, viene negata dal francese Deodat De Dolomieu, venuto appositamente ad Agrigento nel 1781 per studiaer il fenomeno da vicino. Agatino Giacco concorda con quanto afferma lo studioso francese e rileva che nel corso di un secolo non si ebbero eruzioni periodiche di tré o cinque anni. Le eruzioni, in effetti, avvengono con molta irregolarità, a breve o a lunga distanza di tempo. In questi ultimi anni esse si sono verificate nel 1976, nel 1984, nel 1987 e lo scorso ottobre.1990, tutte con le stesse modalità anche se con intensità diversa. L'eruzione del 12 aprile 1987 durò appena un quarto d'ora è accompagnata da forti boati e da una elevata accentuazione dell'emissione dei gas dalle pozze d'acqua della collina e dalle bocche da cui esce la fanghiglia. Tutta la superficie delle Maccalube si trasformò in un cratere e si sollevo come se ci fosse stata una forte esplosione, innalzandosi per quasi venti metri e formando un fungo simile a quello che si genera per le esplosioni atomiche. Per tutta la durata dell'eruzione continuò a fuoriuscire violentemente una enorme quantità di argilla "come se fosse stata spinta attraverso un tubo da una forza impetuosa sprigionatasi all'improvviso". Dopo un quarto d'ora "lentamente il fragore andò diminuendo fino a cessare del tutto e la gran massa di argilla fangosa a poco a poco, si depositò tutt'intorno, elevando la superficie del terreno di circa tré metri rispetto al livello precedente e inghiottendo tutti i coni di fango che si erano formati nei mesi precedenti. Due giorni dopo, come potemmo osservare, tutta la collina apparve come un campo arato di colore bigio e gonfio, come se stesse lievitando. Attorno alla collina poche erano le tracce di argilla; ne notammo soltanto pochissima, segno evidente che durante l'eruzione si doveva trovare in uno stato molto fangoso, addirittura pastoso per cui si è mantenuta compatta, divenendo quasi un corpo elastico. Tutt'intorno l'erba era piegata verso l'esterno come se dal centro delle maccalube si fosse sprigionato un impetuoso vento e avesse causato una forte forza centrifuga. Moltissime bollicine, inoltre, affioravano violentemente in superficie dai due ristagni d'acqua situati nella parte orientale, i quali sembravano in ebollizione, mentre poco distante, dove prima c'erano due grandi coni d'argilla, si vedeva emergere molta fanghiglia argillosa e, di tanto in tanto, qualche bollicina. Dopo quattro settimane nella parte centrale, allineati tra di loro, si formarono diversi nuovi coni di argilla che nel giro di due mesi raggiunsero una considerevole dimensione". L'eruzione del 1777 viene narrata anche con altre due descrizioni che colgono gli stessi ragguagli dati da Agatino Giacco. La prima è di un anonimo osservatore ed è stata scritta nei giorni immediatamente dopo il 30 settembre mentre l'altra è stata compilata il 5 novembre successivo da Gerlando Marsala. "Dietro Girgenti - scrive il testimone di cui si ignora il nome - trovasi il feudo Moruca, così chiamato dall'antichità, oggi però detto Maccaluba, ove in una preminenza di una salma di terre infeconde si trovano varie bocche, che a tarda bolla cacciano fuori del limaccio e acqua torbida. Il 30 dello scorso settembre 1777, dopo mezz'ora che era spuntato il sole, si udì nel cen nato luogo un mormorio, che a momenti avanzandosi, sorpassava il fragore dei più forti tuoni. Quindi si vide tremar la terra vicina, che tuttora ne mostra le profonde crepature, e allargavasi più del solito, al diametro di palmi dieci, la principale bocca, da dove suole scaturire perennemente il limaccio, e l'acqua torbida cominciò ad uscire, come una nuvola di fumo, in alto, che fra lo spazio di pochi momenti si avanzò all'altezza di otto palmi, quale, sebbene in qualche parte era di color fiamma, costava però di liquido limaccio e di pezzi di creta, che cadendo, si spargevano egualmente nella estensione di una salma di terra, ricadendo però la gran parte nella grande apertura, donde era uscita. Durò questa eruzione per mezz'ora, e, con l'intervallo di un quarto d'ora. Frattanto si udivano, sotto la cennata salma di terra, gli stridolamenti di gran mole e il loro ruinoso inabissamento; alla distanza di tré miglia si udiva come il mare in tempesta. Mentre che si operavano questi terribili fenomeni, la gente, che si trovava ivi spaventata, Credendo che fosse arrivato l'ultimo crollo dell'universo, temeva di restare seppellita sotto la creta che vomitava la gran bocca. Riempì il limaccio l'estensione di questa salma di terra alla profondità di palmi, oltre di aver appianate le valli vicine. E sebbene questa creta fosse stata liquida, l'indomani però comparve nella naturale consistenza, di maniera che per mise ai curiosi di avvicinarsi alla gran bocca, situata nel mezzo, per osservarla. Il limaccio tuttora conserva la puzza di zolfo, che più penetrante s'intese nel tempo della eruzione; e però di nuovo comparvero le altre bocche, che nella eruzione si erano chiuse. Si sente ancora un secreto sotterraneo mormorio, che fa temere di qualche ulteriore eruzione". L'altra descrizione di Gerlando Marsala è contenuta in una lettera spe dita all'Abate Di Blasi e non concorda con la narrazione di Agatino Giacco e dello sconosciuto testimone soltanto nella durata dell'eruzione mentre per il resto da gli stessi ragguagli. "Nel mese di Settembre del 1777 - infatti, egli scrive - la superficie del terreno chiamata Macalubbe sei miglia in circa distante da Girgenti da quella parte, che di Città guarda la Tramontana , di cui parla Fazello dee. L. lib. 6 C .L., cominciò a fumigare in maniera, che scrostata prima con un gran tuono, e sollevatasi per l'aria quella crosta il fumo saliva per l'aria aggiornando in dense nebbie per il circuito di due miglia; durò per otto giorni continui senza vedersi mai fuoco. Il Gaglio nella Storia di Girgenti è di parere, che lo stesso è il bitume, la cenere, il rumore, la sterilità del terreno cagionata, dalla materia infuocata del Monte Etna". Le due eruzioni del 1777 e del 1987, confrontate tra loro presentano del le sostanziali diversità a causa della differente composizione del materiale eruttato. La dinamica del fenomeno è la stessa ma mentre in quella più antica venne eruttato principalmente gas liquido, che scagliò a diversi metri di distanza masse di argilla, in quella più recente venne emessa prevalentemente argilla fangosa. Nel 1777 il gas liquido emesso formò nuvole di fumo e dopo alcune ore tutta la superficie tornò asciutta tanto che all'indomani dell'eruzione i curiosi poterono camminarvi sopra senza pericolo di sprofondare. Nell'eruzione del 1987, invece, non si osservarono fiammate e fumo; l'argilla fangosa rimase molle per alcuni mesi, prima di essiccarsi e permettere ai visitatori di camminarvi sopra. La presenza di gas liquido nell'eruzione del 1777 è testimoniata anche dall'odore puzzolente del limaccio mandato fuori dalle Maccalube. Agatino Giacco termina la descrizione delle Maccalube senza avanzare alcuna ipotesi o qualche spiegazione sulla natura di questo singolare fenomeno, le cui "fermentazioni" e le "stupende eruzioni" sortiscono sempre nello stesso luogo. Egli crede che possa trattarsi di un vulcano ma non ha alcuna prova per cui rinuncia a dare una sua valutazione, per timore di cadere in qualche errore. A distanza di due secoli, però, la spiegazione della natura del "singolare fenomeno » appare abbastanza chiara, anche perché la tecnica(ha raggiunto una così alta capacità che permette di conoscere la composizione della terra senza che "s'apra sino al fondo la Terra e ci scopra le sue viscere, tutt'i diversi corpi, che contiene, i minerali, l'acqua, le comunicazioni,l'anfratti vuoti, e le caverne". Le Maccalube si trovano al centro di un bacino argilloso nelle cui profondità si scompongono in continuazione sostanze organiche depositatesi in epoche geologiche molto remote, che secondo Orazio Silvestri sono collegabili all'epoca terziaria. Le sostanze organiche scomponendosi a una profondità di 12 Km . generano dei gas che affiorano, attraverso vari interstizi, in superficie, trascinando con sé l'argilla, resa fangosa dalle sorgenti sotterranee che vi si trovano. Il limaccio lentamente esce dalle piccole aperture e si deposita intorno ad esse, accumulandosi fino a raggiungere l'altezza di tré o quattro palmi,formando dei piccoli coni che sembrano vulcani in miniatura. Non tutto il gas generato in profondità riesce, però, ad affiorare; parte di esso rimane imprigionato in sacche d'argilla, aumentando col passare del tempo in quantità e nella sua forza dirompente fino a provocare le periodiche eruzioni, senza alcuna regolarità.

LA FLORA:
La collinetta non incanta soltanto per il suo paesaggio lunare. Essa è un vero e proprio Paradiso Botanico che vanta, in primavera, la presenza di ben quindici specie di orchidee. Ma la vera ricchezza floristica viene dagli stagni temporanei mediterranei che hanno determinato un numero considerevole di endemismi come l'Aster Sorrentini, (varietà tutelata dalla Comunità Europea) e la Lavatera Agrigentina ; di particolare importanza è la gariga-steppa formata dal Lygeum Spartum e dalla Salsola Agrigentina, endemismo il cui locus classicus è proprio il territorio delle Maccalube. Tutta questa varietà ha permesso di inserire le Maccalube come sito di interesse Comunitario e di istituire nel 1996 la Riserva Naturale Integrale delle Maccalube, affidata alla gestione di Legambiente. L'area di Riserva (con una superficie di oltre 240 ettari ) è unica in tutta Italia proprio per la varietà e l'estensione di questo fenomeno naturale.


LA FAUNA:
Gli stagni temporanei favoriscono lo sviluppo di una ricca entomologia, la riproduzione di anfibi e la presenza di rettili. Sull'area della collinetta si possono anche osservare alcune specie rapaci come il Falco di palude; il territorio è zona di sosta per gli uccelli durante il periodo di migrazione.

I TOPONIMI:
Il toponimo Maccalube o Macalube varia nella duplice versione della occlusiva velare sorda scempia /maka'lube/ e geminata /makka'lube/. Il Nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, presenta il termine nella versione di Maccaluba (s.f.) adducendo il seguente significato: "sorgente fangosa con emissioni di metano e anidride carbonica". La sua origine etimologica risale all'arabo Maqlùb che significa propriamente “ribaltamento". Il termine, dunque, oltre ad indicare questa precisa area geografica dell'aragonese, è sostantivo che serve per indicare tutte quelle manifestazioni eruttive esistenti sul pianeta. Le testimonianze storiche risalgono a più di duemila e cinquecento anni fa; fra le tante citiamo Platone, Aristotele, Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio. L'appellativo latino del luogo è Ager agrigentinus (campo agrigentino) e Lacus agrigentinus (lago agrigentino), denominazione data perché in tempi remoti, attorno all'attuale collina, doveva esserci un enorme specchio d'acqua torbida che si riversava nel vallone. A partire dall'età rinascimentale "lacus" e "ager" vengono indicati con il toponimo Machaluba. Più recentemente la località viene detta Occhiu di Maccalubbi per la caratteristica forma circolare e per il suo colore biancastro; in uso è anche la forma vulcanelli per la similarità dei coni con i grandi vulcani.


CURIOSITA':
Testimonianze dell'esistenza delle Maccalube risalgono oltre il V sec. a. C. - In epoca preistorica venivano considerate la divinità. Numerosi reperti archeologici, infatti, attestano l'esistenza dei doni che venivano offerti al dio.
- I Greci e i Romani usavano il fango per fare maschere di bellezza per le ricche signore.
- Nel 1087, quando gli Arabi scacciarono via i Normanni, si dice che sulla piana delle Maccalube ci fosse stato uno scontro molto cruento e sanguinoso tale che, nella tradizione contadina, il liquido grigiastro che viene espulso dai vulcanelli viene definito "Sangu di li Saracini" (il sangue dei saraceni).
- Orbu di l'occhi. Secondo una leggenda popolare chi giurava il falso veniva condotto sulla terra delle Maccalube ed ivi accecato.
- Anticamente il liquido veniva utilizzato per l'accensione delle citalene .

IL MITO:
Ai vulcanelli è legata una interessante leggenda che da tempo dà alimento alla fantasia di quanti sono rimasti incantati dal paesaggio lunare delle Maccalube. Si narra che un tempo, dove adesso la terra è un continuo gorgoglio, un incessante richiamo alla contemplazione della sua grandezza, vi era una ricca città che portava il nome di Cartagine. Era un centro opulento in cui aveva luogo un vasto mercato, dove , al centro della città, si trovava una chiesa con un gallo d'oro sopra il campanile. La gente del luogo viveva nella tranquillità finché un giorno, durante una festa religiosa, scoppiò una lite tra due opposte fazioni così violenta da fare adirare una divinità che fece sprofondare l'intera città sotto terra. Si pensa che ogni sette anni, a mezzanotte in punto, ricompaia il gallo d'oro del campanile e talvolta, a seconda dell'entità dell'eruzione, riaffiori Cartagine intera con tutto il suo mercato.Si dice che se qualcuno si trova nei pressi della collinetta e vede l'accaduto può avventurarsi tra la folla del mercato e veder tramutato in oro tutto ciò che compra, ma ad una condizione: non deve farsi prendere dalla paura e, nell'attraversare la piazza, non deve mai voltarsi indietro altrimenti viene risucchiato dalle viscere della terra.

NOTE:
La città sommersa di cui si parla nella leggenda è forse quella stessa a cui alludeva Vitruvio, vissuto nell'età di Augusto, quando parlava di una "fons Carthaginis". La credenza è sicuramente nata dalla presenza nella zona di un insediamento urbano scomparso in seguito ad una eruzione delle Maccalube. L'area di riserva è caratterizzata da forme dolci, costituite da depositi prevalentemente argillosi e solcate da una fitta rete di valloni, percorsi periodicamente da acque derivanti da concentrate precipitazioni stagionali. A causa della povertà dei suoli e dell'aridità del clima la vegetazione predominante è costituita da piante erbacee. In autunno con le prime piogge le alture sono coperte da leggero prato verde, che in primavera in un esplosione di colori veste le colline con un tappeto di fiori selvatici. Col sopraggiungere dell'estate tornano a prevalere i colori ambrati tipici della stagione calda siciliana. In questo contesto generale spicca con notevole suggestione la collina dei Vulcanelli; essa si presenta come una landa brulla di colore dal biancastro al grigio al grigio scuro, dalla quale si elevano, quasi a ricordare un paesaggio lunare, una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro.

Il Palazzo Principe Naselli venne costruito agli inizi del 1700. E' arricchito dai magnifici affreschi del Borremans. Il Palazzo del Principe Naselli di mole rettangolare con 4 logge ai suoi angolisi erge maestoso e domina tutto il tessuto urbano che a vari dislivelli occupa i pendii orientali del Monte Belvedere. Venne costruito agli inizi del '700 e fu arricchito con magnifici affreschi e una ricca pinacoteca che comprendeva due dipinti di Guido Reni, "Il Ratto di Proserpina" e il "Ratto d'Europa". Ma i quadri e la maggior parte degli affreschi andarono perduti nel corso del secolo scorso per incuria dei suoi proprietari che nel 1875 restaurarono il Palazzo distruggendo molte delle pitture. Già nel 1911 G. Di Marzio, venuto a visitare Aragona, ammetteva amaramente la scomparsa degli affreschi. "Recatomi io sul luogo, egli scrive, alla fine di Gennaio del corrente anno mi è toccato subirvi la più amara delusione non trovatovi che una minima parte di si gran copia di dipinti, scomparsone tutto il resto per ignoranza ed ignaria del tempo. Vi ho saputo, che, minacciando crollare la vonta dipinta del gran salone del passato secolo XIX il principe Baldassare Naselli Morso, anzichè ripararlo, ne affrettò il crollo ed indi se ne servì del legname in sostegno di una zolfara pericolante". L'incarico di affrescare le volte delle sale del palazzo fu dato al Borremans da Baldassare Naselli Branciforti, che aveva assunto il principato nel 1711. Furono affrescate le volte di molte sale e specialmente del gran salone del palazzo, le logge e la cappella con una grande varietà di soggetti sacri e profani e con una grande profusione di ornati. Ancora agli inizi del secolo si vedevano sopra due porte principali, due medaglioni dipinti con belle mezze figure del Redentore e della Vergine, e alla sommità delle pareti alcune storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Esistevano ancora nel 1880 le storie del Giudizio di Salomone, di Rebecca al Pozzo, di Mosè con le Tavole e della Samaritana. Tutto fu manomesso quando furono rifatti la volta e il salone. Nei nostri giorni il Palazzo è stato occupato per metà dal Municipio, dove trova sede la Biblioteca comunale e per l'altra metà dalle Suore di Carità e dall'orfanotrofio Femminile. In questa seconda parte, si conservano ancora solamente gli affreschi di una loggia, deteriorati dai fenomeni atmosferici, rappresentanti la vittoria trionfante su un carro, e quelli, in buono stato di conservazione, della volta di un ampio salone, raffiguranti, al centro, in un rosone, la Gloria con al capo una corona turrita nell'atto di alzare con la mano destra una corona d'alloro e con la sinistra un nastro con la scritta del motto della famiglia Naselli. " Non sine certamine". Il sacerdote Luigi Burgio Naselli, discendente dei fondatori di Aragona, con atto del 18 dicembre 1887 fondò il Pio Istituto Orfanotrofio Femminile Principe Aragona e alla sua morte gli lasciò in dote tutto il Palazzo con testamento fatto il 28 settembre 1889. La direzione e la gestione della fondazione fin dal suo nascere venne affidata alle Figlie di Carità di San Vincenzo Di Paoli per "ricoverare, alimentare, vestire, educare ed istruire le orfanelle povere della città di Aragona". Qualche anno dopo la fondazione dell'Opera Pia metà del Palazzo venne prima dato in affitto e poi venduto per una somma pari a Lire 200.000 al Comune di Aragona. Ancora oggi il Palazzo è occupato per metà dall'orfanotrofio e per metà dalla Biblioteca comunale.

PALAZZO PRINCIPE - CAPPELLA DELLE SUORE: Furono affrescate le volte di molte sale e specialmente del gran salone del palazzo, le logge e la cappella, con una grande varietà di soggetti sacri e profani e con una grande profusione di ornati. Ancora agli inizi del secolo (1911) si vedevano sopra due porte principali, due medaglioni dipinti con belle mezze figure del Redentore e della Vergine, e alla sommità delle pareti alcune storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Esistevano ancora nel 1880 le storie del Giudizio di Salomone, di Rè, becca al pozzo, di Mosè con le tavole e della Samaritana. Ma nessuno ricordava più il soggetto della volta centrale. Tutto fu manomesso quando furono rifatti la volta ed il salone". Nei nostri giorni il palazzo è occupato per metà dal Municipio e per l'altra metà dalle Suore di carità e dall'Orfanatrofio femminile. In questa seconda parte, non aperta al pubblico, si conservano ancora solamente gli affreschi di una loggetta, deteriorati dai fenomeni atmosferici, rappresentanti la Vittoria trionfante su un carro, e quelli, in buono stato di conservazione, della volta di un ampio salone raffiguranti, al centro, in un rosone, la Gloria con al capo una corona turrita nell'atto di alzare con fa mano destra una corona d'alloro e con la sinistra un nastro con la scritta del motto della famiglia Naselli, "Non si ne certamine". Sotto di essa due putti sorreggono lo stemma dei fondatori di Aragona mentre ai quattro lati, opposte tra di loro, ma rivolte tutte alla figura centrale, vi sono raffigurati quattro personaggi allegorici che rappresentano la mansuetudine, la virtù, la munificenza e la cornocopia; accanto ad esse altrettanti nastri sventolanti con le scritte « Mitis corda quiesco", "Virtus ad Astra vehit", "Dat munus honores" e "Uti stercore Premo". Gli affreschi di questa volta ancora esistenti, sicuramente dovevano essere i principali e i più importanti di quelli fatti dal Borremans nel palazzo come si può dedurre dai loro significati allegorici e simbolici, celebrativi della virtù e delle doti della famiglia Naselli, committente dell'opera in alcune stanze, sempre nella parte del palazzo occupata dall'Orfanatrofio e dalle Suore di Carità, si conservano ancora parti di affreschi con figure decorative.Il sacerdote Luigi Burgio Naselli, tra gli ultimi discendenti dei fondatori di Aragona, con atto del 18 dicembre 1887, stilato dal Notaio Antonio Schiavo, fondò il Pio Istituto Orfanatrofio Femminile Principe Aragona e alla sua morte gli lasciò in dote tutto il palazzo, con testamento fatto il 28 settembre 1889. La direzione e la gestione della fondazione fin dal suo nascere venne affidata alle Figlie di Carità di S. Vincenzo di Paola. Nello statuto approvato il 5 ottobre 1909 e sottofirmato dal Ministro degli interni Luzzatti si stabilì che l' Orfanatrofio aveva per scopo di ricoverare, alimentare, vestire, educare ed istruire le Orfanelle povere della città di Aragona" e che « Le signore Isabella Sergeant fu Giacomo e Maria Aurora e dopo di esse le due signore della stessa o da una di loro nominata, rappresentano ed amministrano l'Orfanatrofio. Qualche anno dopo la fondazione dell'Opera Pia, le due amministratrici diedero in affitto al Comune di Aragona la metà del palazzo e il 1 aprile 1933 glielo vendettero per 200.000 lire. L'atto di acquisto venne firmato in presenza del segretario comunale Lorenzo Midulla, dalle due amministratrici di allora Suor Genoveffa Sergeant e Suor Francesca Falagerio, e dal podestà di Aragona, Cav. Gaetano Parisi. Ancora oggi il palazzo è occupato per metà dall'Orfanatrofio con le Suore di Carità, ridotte a sei, e per metà dal Municipio, che, però, sta per essere trasferito nel nuovo edificio costruito dove prima sorgeva l'ex Gil, nella parte nuova del paese. La situazione idrica è molto cambiata rispetto al 1790 a causa dell'aumento della popolazione e delle mutate esigenze di essa. Fin dall'inizio del '900 il paese riceve l'acqua dalle sorgenti del Voltano, essendo irrisorie le risorse idriche di cui dispone, e da qualche anno dal dissalatore di Gela, ma la sua quantità varia periodicamente in proporzione alla disponibilità di acqua e non è mai sufficiente ad assicurare l'approvvigionamento con periodicità regolare tanto che i turni di erogazione, in certi periodi dell'anno, arrivano anche a venti giorni. La popolazione si lamente in continuazione e nei momenti di maggiore esasperazione effettua degli scioperi, come è capitato il 22 gennaio del 1990, allorché più di duemila manifestanti sfilarono per levie di Aragona inneggiando cartelli di protesta. L'ultimo discendente di ramo maschile dei fondatori di Aragona fu Baldassare Naselli Galletti, che morì senza eredi nel 1862 e lasciò il suo titolo al nipote, Sac. Luigi Burgio Naselli, figlio della sorella Marianna. Questi fu prete Olivetano e visse sempre ad Aragona tra la stima e la venerazione della popolazione. Alla sua morte, avvenuta il 29 settembre 1889, lasciò il palazzo all'Ente morale da lui fondato e nominò suo erede universale il cugino Antonio Burgio Branciforti, con testamento fatto il giorno prima di spirare dal Notaio Giovan Battista Trapanese, il 28 settembre 1889. Con la morte del Sac. Luigi Burgio Naselli si estingueva la famiglia che aveva dato origine ad Aragona e a cui il paese aveva legato la sua storia per quasi tré secoli. Il titolo di Principe di Aragona dopo la morte di Antonio Burgio Branciforti, l' 1 maggio 1925 passò al figlio Francesco, nato a Palermo l'otto agosto 1875.

MINIERA DI ZOLFO: I “rosticci” di zolfo sono il prodotto residuo del processo di fusione dell’insieme minerale-ganga. Nel dialetto popolare questo materiale viene chiamato “ginisi” e le sue forme antropiche di accumulo “ginisara”. Il materiale oramai sterile, il cosiddetto “rosticcio”, quando si raffreddava veniva trasportato e depositato con appositi vagoni nelle discariche, ovvero nelle zone in prossimità delle miniere. Attualmente viene adoperato come “tout venaut” nella preparazione del manto stradale. La maggior parte dei rosticci sono localizzati intorno alla Montagna di Aragona ed hanno uno spessore che talvolta raggiunge i 30- 40 metri . La morfologia di questi accumuli è quella di coni che hanno la parte sommitale spianata e si ritrovano isolati o adiacenti l’un l’altro. Questo materiale di riporto è testimone di una precedente attività estrattiva dello zolfo. Giace per la maggior parte sul versante Est della Montagna di Aragona dove erano localizzate le discenderie delle miniere. Le collinette hanno un colore rosaceo, conseguenza del metodo di cottura/estrazione, e presentano una scarsa copertura vegetale, indice della sterilità del terreno. Ricordiamo il processo di estrazione della roccia mineralizzata che diene rosticcio. La roccia mineralizzata veniva estratta dal sottosuolo dai minatori a colpi di picconate e in condizioni che sicuramente non tenevano conto delle norme sulla sicurezza dei cantieri; poi veniva portata fuori a spalla o con vagoni per la successiva lavorazione. L’estrazione dello zolfo consiste nel separare il minerale dalla ganga calcarea, sfruttando la diversa temperatura di fusione dei due materiali. Attraverso il processo di cottura in apposite celle (forni), alla temperatura di 114° C circa, avveniva la separazione dello zolfo allo stato fuso. Il processo di separazione veniva effettuato tramite l’ausilio di due particolari forni quali “Calderoni” e forni “Gills”. Il metodo dei Calderoni consiste nell’ammassare il materiale coltivato dalla solfara in grossi cumuli regolari. Il cumulo ha generalmente pianta circolare, limitata da un muro, dal quale si sopraeleva a cielo aperto. Il suolo di quest'ultimo è formato da minerale già esaurito, ben battuto, ed è inclinato per facilitare la colata dello zolfo fuso verso l’apertura esterna. Di fronte a quest’ultimo viene costruita una cameretta la cui volta è corredata da un camino per l’uscita dei gas, nocivi agli operatori. Eseguita la carica di questi forni, lentamente lo zolfo fondeva e si raccoglieva nel cunicolo posto in basso e scorrendo si versava in vasche o cassette di legno inumidito, dove solidificava in “pani” di 50- 60 kg. Una parte dello zolfo bruciando funzionava da combustibile, ciò naturalmente determina una parte di minerale che varia tra il 30-40%. Tale metodo è rudimentale dato lo scarso rendimento dovuto alla notevole percentuale di zolfo che bruciando si perde sotto forma di anidride solforosa, dannosa agli operatori ed alla vegetazione circostante. Ultimata la cottura in una cella il fuoco veniva passato in quella adiacente in modo tale che la precedente poteva essere svuotata e pronta all’uso senza perdita di tempo.


OCCHIO BIANCO: Tutti sono ben a conoscenza delle manifestazioni di gas note con il nome di maccalube, ma non altrettanto note sono le manifestazioni naturali dell' "OCCHIO BIANCO". “L‘Occhiu Biancu “, così chiamato nel dialetto popolare, prende il nome dalla contrada in cui si trova, ed è immerso in un paesaggio collinare e brullo costituito interamente da terreni argillosi, impostato su una zona attualmente adibita al rimboschimento da parte della forestale. L’area, di poche centinaia di metri quadrati, non risulta visibile dall’esterno del boschetto, motivo questo della poca conoscenza del luogo e giace su un piccolo piano ondulato dove si sviluppano i vulcanelli di fango e di cui se ne contano una mezza dozzina. A tale fenomeno è stato attribuito il termine di “vulcanesimo sedimentario” che si esprime con la fuoriuscita di piccole colate di fango sotto la spinta del gas che proviene dal sottosuolo. In queste argille si elevano dei conetti di piccole dimensioni, sopra ai quali si aprono delle piccole bocche da dove fuoriesce fango, acqua salata e gas, i più sviluppati sono solo tre i quali raggiungono un’altezza di pochi decimetri. Esaminando la superficie del liquido alla sommità di questi coni, si vede un succedersi di bolle quasi in tempi regolari, causati dalla risalita del gas, mentre solo raramente si sente qualche piccolo rumore. Ci sono alcune differenze tra l’occhio bianco e le maccalube, per esempio:
1) in vicinanza dei coni di fango si osserva una vegetazione cespugliosa sparsa a chiazze cosa che invece è completamente assente nelle maccalube,
2) le maccalube hanno un’estensione territoriale più ampia ed una attività molto intensa che si manifesta da millenni; sull’"occhio bianco” invece non si hanno notizie storiche e l’intensità del fenomeno risulta essere blanda. Stando alle notizie storiche, nel passato l’intensità delle maccalube era più forte ed è per questo motivo che c’è chi ipotizza che l’intensità sia diminuita dal momento in cui si è formato l’occhio bianco e i due fenomeni siano in relazione;
3) Nelle maccalube periodicamente avvengono delle eruzioni di fango, ma nell’occhio bianco non vi è traccia di questa attività.
4) Un altro aspetto fondamentale è che le maccalube si impostano sui terreni della Fm di Cozzo Terravecchia, mentre le manifestazioni di gas dell’occhio bianco si sono impostate su terreni pliocenici, pertanto il gas attraversa tutta una serie di terreni.
Ciò che si può ipotizzare pensando a questo tipo di fenomeno è che nei sedimenti delle unità sottostanti, si depositava durante l’inizio Miocene anche materiale organico e resti vegetali, che successivamente, trasformandosi hanno determinato accumuli di gas naturali costituiti in massima parte da metano.


La Torre del “Salto d’Angiò” o più semplicemente “a turri”, come viene detta in gergo popolare, si trova a 5 Km da Aragona su un banco di arenaria da cui si domina tutta la vallata del feudo Muxaro e del fiume Platani. E’ inglobata in un casale costruito alla fine del XVIII sec. ed ha una forma rettangolare; si presenta con tre ordini finestrati: il primo e il terzo con finestre bifore a tutto sesto ed il secondo con monofore a sesto acuto. La sua maestosa mole si erge al centro di tre cortili ove si affacciano le case basse ed uniformi della masseria.La torre è di origine chiaramontana, anche se i pareri degli studiosi non sono del tutto concordi. Venne edificata dai Chiaramonte nel XIV sec. e, fino al 1500, servì da baluardo difensivo dell’intero feudo, al centro del quale sorgeva. Originariamente era a tre livelli: il primo adibito a magazzino, il secondo, costituito dal primo piano, era adibito a zona notte e il terzo livello, dato dal secondo piano, era composto da un ampio salone con il tetto a botte.Dal salone attraverso una scala di legno si arrivava al terrazzo merlato. Nei secoli successivi la torre ha subito delle modificazioni che hanno mutato la sua struttura originaria Nel 1799 vennero abbattuti i due piani superiori di essa e vennero realizzati quattro livelli con l’aggiunta di un ordine di monofore ad arco acuto tra le bifore dei piani superiori ed inferiori.La torre, nonostante le trasformazioni, presenta un fascino particolare per il paesaggio incantevole e solitario in cui si trova, che proietta il visitatore in un lontano passato feudale.





NOVE PONTI





MULINO DI CACARODDULI


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