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Feste, Sagre, Processioni

A R A G O N A


Feste, Sagre e Processioni



La Festa Ieri: Le origini della Festa di Sant’Antonio Abate ad Aragona non sono note con esattezza, molto probabilmente risalgono al XVII secolo. Di contro, è invece certo che, la partecipazione e l’attaccamento mostrati dai raunisi nei confronti di questa festa erano molto forti. Tutto il paese veniva coinvolto a vario titolo nella preparazione della festa. Una caratteristica particolare, che connotava la festività in tutte le sue rappresentazioni, religiose e non, era data dalla presenza di animali: cavalli, maiali, muli, erano i primi attori, non soltanto perché il Santo ne era il protettore, ma poiché essi rappresentavano un sentimento, una concezione. Ad essi, in un certo senso, era legata la vita, o meglio, la sopravvivenza della gente dell’epoca, prevalentemente di origine contadina, che vivevano giorno per giorno legati ai cicli della natura e a quello che essa offriva. Inserendo l’animale nelle rappresentazioni liturgiche, si intendeva sottolineare lo stretto legame che esisteva tra l’uomo e la bestia e quell’ultimo col Divino. L’animale, in ultimo, visto come espressione della benevolenza di Dio. A conferma di quanto detto, si può capire il perché, le ultime edizioni della festa “ANTICA” di Sant’Antò ad Aragona risalgono alla fine degli anni 60 del secolo scorso. Le forti motivazioni, legate per lo più alla fame, o meglio, alla voglia di aggrapparsi ad una speranza di vita migliore, grazie anche all’intercessione del santo, stavano venendo meno. L’Italia era in pieno boom economico, e la fame per molti era solo un brutto ricordo; la società contadina, humus su cui attecchiva questo tipo di manifestazioni, anche ad Aragona si era progressivamente ridimensionata e con essa l’entusiasmo necessario per continuare la trazione.

FURCAVO’
: Il luogo, in cui sono allocati sia gli stand di degustazione che gli animali in mostra, è chiamato FURCAVO’ (letteralmente forca del bue da furca=Forca e vò=Bue, espressione gergale per indicare il macello) è uno dei quartieri più antichi di Aragona, collocato ai piedi del Palazzo Principe (dimora dei Principi Naselli nel XVII sec.). La scelta del luogo non è casuale in quanto è ferma volontà degli organizzatori, riqualificare questa zona del paese, per troppi anni lasciata a se stessa ne suo inesorabile processo di degradazione. La rinascita di un paese passa dalla riscoperta della propria storia.

LA FESTA OGGI:
La rinascita della festa di deve proprio ad un gruppo di giovani legati al mondo contadino in chiave moderna, ovviamente; amanti della natura ed in particolar modo degli animali, che mossi dalla ferma volontà di ridar vita ad antiche tradizioni (che è anche il nome della loro associazione culturale) del loro paese, si son dati da fare a finchè ciò avvenisse.

DEGUSTAZIONI:
Sono allestiti circa 11 stand di degustazione di prodotti tipici del nostro territorio: Salame, Uova, Olio, Mandorle, Ceci, Formaggio nostrano, Olive, Pane di grano duro siciliano (preparato e sfornato in loco), Dolci tradizionali, Salsiccia e Ricotta, quest’ultima preparata durante la manifestazione, da maestri caseari aragonesi, nelle tradizionali callaruna (calderoni).

U PORCU I SANT’ANTO’:
Un aneddoto curioso, ma allo stesso tempo delucidante al fine di capire il vero spirito della manifestazione, è quello che fa riferimento a U PORCU I SANT’ANTO’. Circa 6 mesi prima della festa, l’arciprete della Chiesa Madre liberava un grazioso maialino, dalle orecchie mozze, di solito chiamato dal popolino ANTUNUZZU, dandogli la possibilità così di scorazzare per le vie del paese. Al suo nutrimento badavano gli abitanti del paese, per lo più popolani, vuoi per devozione al Santo, sia perchè credeva fosse di buon auspicio al fine di scongiurare il problema principale in qui tempi, la fame. Arrivati a circa una settimana prima della festa l’Arciprete mette all’asta l’ex maialino, ormai diventato un maiale di diversi quintali. A contenderselo erano i VUCCERI (macellai) del paese, poiché chi se lo aggiudicava poteva fregiarsi per tutto l’anno di vendere salsiccia ed affini di Sant’Antò.

MULA PARATA:
Un altro animale che connotava questa festività era il mulo. Durante il giorno della festa passavano per le vie del paese due MULI PARATI (bardati) a festa i quali, grazie all’ausilio di campanacci, richiamavano l’attenzione degli abitanti che donavano alcune derrate di grano, riempiendo i visazzi (le bisacce) portate a dorso dagl’instancabili animali. Appena i muli erano carichi fino all’orlo, venivano portati dentro la Chiesa Madre fino all’altare maggiore, e li, una volta slegate le bisacce, lasciavano franare tutto il grano e tornavano a completare il loro giro per il paese. Il grano così accumulato veniva venduto dall’Arciprete, che utilizzava il ricavato per portare avanti la sua missione.

Il Carnevale di Aragona è fra le manifestazioni più conosciute che vengono allestite in occasione del carnevale. Ma le origini del carnevale di Aragona, località della provincia di Agrigento, risalgono ad un periodo molto più antico, forse all'epoca romana, quando venivano festeggiati i saturnali ed il loro re veniva sacrificato; o meglio, con più probabilità, al 1616 quando il viceré Ossuna stabilì che l'ultimo giorno di festa tutti si dovevano vestire in maschera.
LA STORIA: Le prime manifestazioni sono ricordate come una festa popolare, in cui venivano consumate salsicce, cannoli e molto vino; ed il popolo si riversava per le strade, travestito in vari modi. Successivamente furono fatti sfilare i primi carri addobbati alla meglio, che portavano i mascherati sulle sedie in giro per le viuzze della città. Negli anni venti compare una grande piattaforma addobbata, trascinata da buoi o cavalli, che portava comitive in maschera. Essi recitavano in dialetto locale, seguite da piccole orchestrine improvvisate. Lo stufato, le salsicce ed il vino distribuito rappresentavano già un momento d'incontro e scambio fra compaesani. Nel dopoguerra i carri vennero intitolati, ed iniziavano a fare chiaro riferimento alle novità del progresso. Stelle filanti e coriandoli incominciavano ad essere lanciati dai carri in movimento, creando un clima di festa, che invogliava i partecipanti a divenire i veri protagonisti di una gioia collettiva. Dopo pochi anni ancora, la folla in delirio faceva sorgere le prime Compagnie di rivista, venendo anche allestiti carri allegorici sempre più sofisticati che facevano riferimento a temi e personaggi locali in chiave satirica. Con la sperimentazione dell'amplificazione sonora, il carnevale di Sciacca si evolveva ancora di più e venivano allestiti carri con figure sempre più grandi e i cui movimenti divenivano sempre più sofisticati. La satira politica locale lasciava più spazio a personaggi noti ad un più vasto pubblico, oppure rappresentava temi di attualità che riguardavano interessi nazionali.
LA PREPARAZIONE DEI CARRI: I carri allegorici e i mini-carri, cui fanno seguito i relativi gruppi mascherati, vengono ideati, progettati e realizzati nei mesi antecedenti la festa, coinvolgendo, sin dai primi preparativi, parecchia gente del posto. La notte del Venerdì è riservata agli ultimi montaggi: i carri vengono posti in ordine di sfilata lungo la strada del primo itinerario cittadino e vengono assemblati sul posto. La gente presa dalla curiosità segue lo stato di avanzamento dei lavori e si confonde tra il via vai di mezzi e personale preso dalla frenesia di terminare i lavori per essere sicuri che nel carro tutto funzioni a dovere. Infatti, anche se progettati e realizzati nei mesi precedenti, i vari "pezzi" vengono assemblati solo in strada e proprio la notte prima dell'inizio della sfilata. Varie volte a diversi carristi è capitato di dover modificare il carro proprio all'ultimo momento per problemi di montaggio finali correndo il rischio di non partecipare.
LA SFILATA: Infine viene il giorno d'inizio delle sfilate che segue il seguente tragitto dalla Via Salvatore La Rosa alla Via Garibaldi di Aragona. Le sfilate si effettuano nei giorni di Sabato, Domenica e Martedì della settimata antecedente l'inizio della Quaresima. Termina il Martedì grasso in Piazza Aldo Moro quando viene premiato dalla giuria il miglior Carro. La partenza del corteo dei carri, avviene dalla Periferia della Città, La Via Salvatore La Rosa. Da quel momento il Carro del Gruppo Scacciapensieri inizia a distribuire Panini e Pizzette preparate sulla brace per tutta la durata del carnevale accompagnate dal Buon Vino. Per le strade del centro storico, intanto, è un susseguirsi di carri, preceduti da gruppi folcloristici che si esibiscono in balli e canti, che successivamente ripeteranno l'esibizione fatta in strada sul grande palcoscenico allestito per l'occasione in Piazza Scifo.





PROCESSIONE DI SAN GIUSEPPE
(19 Marzo)





FESTA DELLA REPUBBLICA
(2 GIUGNO)



FESTA MADONNA DI FATIMA
(13 Maggio)

La Festa: La festa in onore della Madonna di Fatima si svolge quasi sempre l'ultima domenica di Maggio. La Madonna di Fatima viene custodita nella chiesa Madre di Aragona e per tutto il mese di Maggio viene posta nell'altare Maggiore della chiesa, dove lì, accorrono molti devoti, per portare fiori, o ringraziarla per qualche grazia ricevuta o da ricevere. Il simulacro della Madonna di Fatima viene portata in processione, accompagnata della Banda Musical e, l'ultima domenica di Maggio, percorrendo le vie principali del paese, e come ogni anno in Via Alberto Mario, c'è un momento di preghiera e di grande commozione, perchè Nino Seviroli accompagnato dal Maestro Nuccio Lattuca, eseguono due brani musicali, l'"Ave Maria" di Schubert e "Angeli Negri" di Fausto Leali. Finito questo momento, il simulacro riprende il cammino, tornando nella stessa chiesa, dove prima era uscita. Quasi a conclusione della processione il Sindaco di Aragona, con una preghiera, affida alla Madonna, i cuori degli Aragonesi.
Una grande promessa della Madonna di Fatima: La Madonna ha chiesto a Suor Lucia che si propagasse nel mondo la comunione riparatrice nei primi sabati di cinque mesi consecutivi facendo con lo stesso fine la confessione, un quarto d'ora di meditazione sui misteri del rosario e recitandone la terza parte con lo stesso fine di riparare gli oltraggi, sacrilegi e indifferenze commesse contro il suo cuore immacolato promettendo a quelli che avrebbero praticato questa devozione di assisterli nell'ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza.
La Storia dei segreti di FATIMA: La storia dei Segreti di Fatima inizia il 13 luglio 1917, quando i tre bambini sostennero di aver incontrato per la terza volta la Madonna. Per un certo periodo i segreti rimasero conosciuti solo ai tre bambini. Ma nel 1919 moriva Francisco, seguito da sua sorella, Giacinta, nel 1920 a causa della spagnola, cosicché Lucia divenne l'unica testimone vivente dei tre segreti. Nel 1941, a 24 anni dalle apparizioni, Suor Lucia, su invito del Vescovo Mons. Josè Alves Correia de Silva, scrisse un riassunto delle apparizioni. Lucia spiegava che l'unico segreto, rivelato a lei il 13 luglio di 24 anni prima, era in realtà diviso in 3 parti, di cui però, la terza non poteva essere ancora svelata. Di conseguenza Lucia diede al Vescovo solo le prime due parti del segreto, che furono rese pubbliche da nel 1942, in occasione della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria. La terza parte del segreto venne poi scritta da Suor Lucia il 3 gennaio 1944, per poi essere affidata al Vescovo di Leiria, che la consegnò a Pio XII. Il terzo segreto, su indicazione di Suor Lucia, avrebbe dovuto essere rivelato dopo il 1960, ma Giovanni XXIII e i suoi successori, ritennero opportuno non rivelare il segreto. Fu Giovanni Paolo II che il 13 maggio 2000, in occasione della beatificazione di Giacinta e Francisco, dichiarò di voler divulgare il segreto.
Parole della Madonna di Fatima nelle Apparizioni:
Prima Apparizione - 13 Maggio 1917
Recitate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra.
Seconda Apparizione - 13 Giugno 1917
Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese e che recitiate il Rosario tutti i giorni.
Terza Apparizione - 13 Luglio 1917
Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché solo Lei vi potrà aiutare.
Quarta Apparizione - 15 Agosto 1917
Voglio che continuiate ad andare alla Cova da Iria il 13 e che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni.
Quinta Apparizione - 13 Settembre 1917
Continuate a recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra.
Sesta Apparizione - 13 Ottobre 1917
Voglio dirti che si faccia qui una cappella in mio onore, che sono la Madonna del Rosario, che si continui sempre a recitare il Rosario tutti i giorni.
I Tre segreti: Come già citato i tre segreti sarebbero un unico messaggio, diviso in tre parti. Riguardo al primo segreto, Suor Lucia racconta che la Madonna mostrò ai tre pastorelli: "...un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell'incendio. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore.» In pratica, la prima parte del segreto, parlava della visione dell'inferno. Suor Lucia, racconta appunto di "un grande mare di fuoco, con demoni e anime". Sempre secondo quanto scritto da Suor Lucia, la seconda parte è una specie di continuazione del precedente. Fu la Madonna a parlare durante la seconda parte: «Avete visto l'inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un'altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.» Nella seconda parte, la Madonna, non solo avvisa l'inizio di "una guerra ancora peggiore di quella in corso", ma parla della consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato. Inoltre dice che Dio manderà un "grande segno", cioè una notte illuminata da una luce sconosciuta. Suor Lucia disse di riconoscere il "gran segno" nella straordinaria aurora boreale che illuminò il cielo nella notte fra il 25 e il 26 gennaio del 1938 (dalle 20:45 all'1:15, con brevi intervalli). Suor Lucia identifica il secondo conflitto mondiale con quello previsto dalla visione, descrivendolo come "lo scoppio di una guerra atea, contro la fede, contro Dio, contro il popolo di Dio. Una guerra che voleva sterminare il giudaismo da dove provenivano Gesù Cristo, la Madonna e gli Apostoli che ci hanno trasmesso la parola di Dio ed il dono della fede, della speranza e della carità, popolo eletto da Dio, scelto fin dal principio: "la salvezza viene dai giudei" Il terzo segreto venne scritto a parte da Suor Lucia, nella lettera consegnata nel 1944 al Vescovo di Leiria: Questo il testo del messaggio, reso pubblico dalla Chiesa cattolica nel 2000: Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio." Il terzo segreto, rivelato solo nel 2000, parla della Penitenza e del sacrificio dei martiri della Chiesa secondo l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger. Il terzo segreto di Fatima consiste, secondo la Chiesa cattolica, in un messaggio segreto che la Vergine Maria avrebbe consegnato ai tre pastorelli a cui sarebbe apparsa, a Fatima (in Portogallo), a partire dal 13 maggio 1917. La trascrizione delle prime due parti del segreto fu nella terza memoria di Suor Lucia, il 31 agosto 1941: gli altri due pastorinhos, Giacinta e Francisco erano morti infatti subito dopo la prima guerra mondiale. Nella successiva stesura, l'8 dicembre dello stesso anno, Suor Lucia vi aggiunse qualche annotazione. La terza parte fu scritta su ordine del Vescovo di Leiria il 3 gennaio 1944. Fino al 2000, anno in cui la Chiesa cattolica lo rese pubblico per volontà di papa Giovanni Paolo II, solo il cardinal Joseph Ratzinger aveva mostrato di conoscere il segreto oltre al Papa e Suor Lucia, dichiarando nel 1996 ad una radio portoghese che non c'era nulla di preoccupante nel segreto, e che rimaneva tale per evitare di confondere la profezia religiosa con il sensazionalismo. Giovanni Paolo II aveva una speciale devozione nei confronti della Madonna di Fatima. Egli in particolare riteneva che la Madonna stessa fosse intervenuta per fermare il proiettile durante l'attentato di cui era stato vittima, nel 1981, impedendo che raggiungesse direttamente il cuore, uccidendolo. Il terzo segreto è stato perciò interpretato, alla luce di questi eventi, come riguardante principalmente la persecuzione dei cristiani fino al tentativo di uccisione di un «...vescovo vestito di bianco» che i veggenti di Fatima ebbero «...il presentimento che fosse il Santo Padre». Va però precisato che il testo del messaggio è molto ambiguo e povero di riferimenti concreti a fatti storici o biografici, tali da renderne impossibile una attribuzione certa e indubitabile, tanto che nel documento vaticano la congregazione per la dottrina della fede stessa fornisce solamente "un tentativo di interpretazione del «segreto» di Fatima".
IL SUO MESSAGGIO È DI MISERICORDIA E DI SALVEZZA!: Ma per i veggenti l’apparizione continua: seguono la Vergine che sale lentamente nello sfondo della luce solare fino a perdersi… e presso il sole compare un ultimo quadro: LA SACRA FAMIGLIA. A destra la Madonna col manto ceruleo e col volto più luminoso del sole; a sinistra S. Giuseppe, col bambino Gesù, in atto di benedire il mondo col segno della redenzione. Infine ancora un altro quadro scorto da Lucia: il Signore benedicente il popolo e di nuovo la Madonna sotto l’aspetto di Addolorata prima e del Carmine poi. Allo svanire dell’ultimo quadro ancora il sole colorava di luce prodigiosa il cielo e la terra, le cose e le creature… NOTA: Anche se quanto su scritto non può essere proposto a credersi come un dogma però dobbiamo tanta riconoscenza a Lucia, Giacinta e Francesco che hanno raccontato.




DA LE BALZE D'Aragona (canto strettamente Aragonese)

Da le balze d'Aragona,
ove il mandorlo fiorisce,
spiga il grano al sole d'oro,
pien di fede al ciel risuona,
oggi l'inno chi ci unisce,
alla madre, alla madre del Signor.

Vergin di Fatima,
Madre d'amar,
rendici il cuore,
sempre fedele,
la mente e l'anima,
degne del ciel,
la mente e l'anima,
degne del ciel.

Per i campi verdi o d'oro,
o giù in fondo alla miniera,
ove mai risplende il sol,
mentre ferve più il lavoro,
nel periglio una preghiera,
d'ogni labbro, d'ogni labbro spicca il vol.

Ove ai colpi del dolore,
vinse l'ira il timor santo,
smise il cuore di pregar,
or sonante di fervore,
squilla al cielo il divin canto,
duoli e pene, duoli e pene a mitigar.


Arde in tutti al cielo splende,
da l'amor la sacra fiamma,
l'ideai de la virtù;
d'alta speme i cuori accende,
di gran fede l'alme infiamma,
or la Madre, Or la Madre di Gesù.

Salve, o Madre! Orsù, perdona;
fuga il mal che ci trascina
ne gli abissi de l'error;
oggi e sempre d'Aragona
Tu sarai la gran Regina,
Vergin santa, Vergin santa tutta amor.

Quale dolce pellegrina,
salutando i monti e il mare
Tu vien Madre a visitare,
la città delle miniere
Tu che sei tanto buona,
benedici, benedici il focolar,
con i campi e le zolfare
o Regina, o Regina d'Argona


Litania " Ave...di Fatima"

Il tredici Maggio
Apparve Maria
A tre pastorelli
In “COVA D’IRIA”.

Ed ei spaventati
Di tanto splendore,
Si dettero a fuga
Con grande timore.

Splendente di luce
Veniva Maria
E il volto suo bello
Un sole apparia.

E d’oro il suo manto
Avea ricamato;
Qual neve il suo cinto
Nitea Immacolato.

In mano un ROSARIO
Portava Maria,
Che addita ai fedeli
Del cielo la via.

Dal Maggio all’Ottobre
Sei volte Maria
Ai piccoli apparve
In “COVA D’IRA”.

iei cari fanciulli,
Niun fugga mai più:
Io sono la Mamma,
Del dolce Gesù”.

“Dal ciel son discesa
A chieder preghiera
Pei gran peccatori
Con fede sincera”.

“Ognor recitate
Mia bella corona:
A quei che si prega
Sue Grazie Dio dona”

Un inno di lode
S’innalzi a Maria,
che a FATIMA un giorno
Raggiante apparia.

O Madre Pietrosa
La stella sei tu,
Che al cielo ci guidi,
Ci giudi a Gesù.


Ritornello

Ave, Ave, Ave Maria. (BIS)


CORPUS DOMINI (GIUGNO): Martirologio Romano: Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo: con il suo sacro nutrimento egli offre rimedio di immortalità e pegno di risurrezione. La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell'Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell'Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l'idea e la celebrazione dell'Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava. In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica - che San Francesco chiamava amica Corporis Domini - e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un'estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra, da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini. La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l'ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l'antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell'Eucarestia, nello spezzare l'ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall'ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell'altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina. Venuto a conoscenza dell'accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l'11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla "Transiturus" che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell'Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto - il 19 Giugno - lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città. In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all'Istituzione dell'Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l'attenzione si sposta sull'intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell'Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

PROCESSIONE MADONNA BMW DELLA MERCEDE: La Beata Vergine Maria è considerata a tutti gli effetti l’ispiratrice della fondazione, da parte di s. Pietro Nolasco (1180-1245), dell’antico Ordine della Mercede; il titolo con cui viene onorata è strettamente correlato alla storia di quest’Ordine, che da lei prese la denominazione. S. Pietro Nolasco nacque a Mais Saintes Puellas (Tolosa, Francia) verso il 1180 e fin da adolescente si stabilì con la famiglia a Barcellona in Spagna. La prima notizia della sua presenza a Barcellona si ha nel 1203, quando profondamente addolorato nel vedere lo stato miserevole dei cristiani fatti schiavi dai Mori, padroni allora di gran parte della Spagna, egli si trasformò in mercante, per insinuarsi facilmente tra i maomettani ed a Valenza liberò con suo denaro trecento schiavi. Esaurite le sua ricchezze, si unì ad altri generosi e nobili giovani, per raccogliere offerte e quindi ripetere ogni anno il riscatto di gruppi di schiavi; ma per quanta solerzia impiegassero in questa meritoria opera, vedevano il numero degli schiavi aumentare sempre più. Bisogna dire che in precedenza vari re e Ordini militari si erano occupati del riscatto degli schiavi, in Francia per esempio era sorto l’Ordine dei Trinitari che se ne interessava, ma molto limitatamente, mentre gli Ordini militari si erano presto estinti. La situazione degli schiavi, trasportati nei Paesi arabi dai musulmani, era diventata angosciante per Pietro Nolasco e i suoi compagni, che nei 15 anni trascorsi, avevano operato altri cinque grandi riscatti detti “redenzioni” per migliaia di cristiani. Pietro ad un certo punto valutò la possibilità di ritirarsi a vita contemplativa, sentendosi impotente ad arginare la situazione, alimentata in continuazione dai Mori di Spagna. E in una di queste veglie di preghiera, la notte fra il 1° e il 2 agosto 1218, la Vergine Maria gl’ispirò, illuminando la sua intelligenza, di fondare un Ordine religioso che si dedicasse alle opere di misericordia e specialmente alla redenzione degli schiavi, anche a costo della propria vita. Dopo averne parlato con il giovane re d’Aragona, Giacomo I e con il vescovo di Barcellona, Berenguer, il 10 agosto 1218, Pietro Nolasco costituì ufficialmente il nuovo ‘Ordine Religioso Redentore’, nella cattedrale di Santa Croce di Barcellona, prendendo la Regola di S. Agostino. Inoltre il vescovo consegnò ai giovani laici del gruppo, la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria, sotto il cui patrocinio sorgeva l’Ordine; re Giacomo I consegnò loro lo scudo del suo regno d’Aragona come distintivo (quattro sbarre rosse in campo oro) e il vescovo autorizzò di poter portare sopra l’abito la Croce, segno della sua cattedrale. In quel memorabile giorno il re Giacomo I ‘il Conquistatore’ (1208-1276) regnante dal 1213, donò all’Ordine l’Ospedale di S. Eulalia in Barcellona, che divenne il primo convento dei religiosi (che erano tutti laici, compreso Pietro Nolasco), fungendo anche come casa d’accoglienza per gli schiavi liberati e sede delle opere di misericordia a favore degli infermi e poveri. Sotto la guida del fondatore, si mise in moto tutta una organizzazione a favore della libertà dei cristiani messi in schiavitù, che oltre ad aver persa la libertà, erano in pericolo per le pressioni e sofferenze inflitte, di abiurare la propria fede e passare all’islamismo. La ‘redenzione’ avveniva con il pagamento di un riscatto in denaro o altri generi, fatto al padrone mediante una terza persona, la somma variava secondo l’età, le condizioni sociali, economiche e fisiche dei riscattandi. Il denaro veniva raccolto dai religiosi con il contributo di ogni ceto sociale dell’epoca, compreso le famiglie che avevano qualche loro componente schiavo in terra araba, vittima delle scorrerie saracene che funestarono dall’inizio del XIII secolo, le coste di Spagna, Francia, Sardegna, Sicilia e Italia Meridionale. Le ‘redenzioni’ venivano accuratamente preparate, precedute da una cerimonia religiosa prima dell’imbarco; le spedizioni erano dense di pericoli, per i pirati che infestavano il Mediterraneo, i naufragi frequenti, la possibilità di un tradimento degli arabi, che impadronitisi del denaro, trattenevano anche i Mercedari come schiavi, in attesa di un altro riscatto. Innumerevoli furono i religiosi che incontrarono la morte anche atroce, nell’espletare queste missioni redentrici; si calcola che con questo sistema siano stati liberati circa 52.000 schiavi cristiani nei primi 130 anni della costituzione dell’Ordine Religioso. Al ritorno positivo delle spedizioni, veniva cantato in cattedrale un solenne ‘Te Deum’ di ringraziamento, unitamente agli schiavi liberati. Caratteristica eroica dei Mercedari durante le redenzioni, era quella di proporsi al posto di uno schiavo, se il denaro non bastava e rimanere prigionieri fino all’arrivo della somma dall’Europa, cosa che non sempre avveniva in tempo specie per gli agguati dei pirati, allora il religioso veniva ucciso barbaramente per vendetta. L’Ordine fu approvato da papa Gregorio IX il 17 gennaio 1235, in seguito i componenti furono anche sacerdoti e non più solo laici come agli inizi, a cui si aggiunsero la Confraternita e il Terz’Ordine della Mercede. Nel 1265 con s. Maria di Cervellon si aggregò il ramo femminile delle Monache Mercedarie, a cui seguirono in tempi più moderni altre Congregazioni religiose femminili della stessa spiritualità della Mercede. I Mercedari furono presenti come cappellani con Cristoforo Colombo, quando fu scoperto il Continente Americano; il primo convento fu fondato nel 1514 a Santo Domingo. L’Ordine Religioso Redentore come si è detto era sotto la protezione della Madonna che ne fu l’ispiratrice; nel 1272 i redattori delle Costituzioni stabilirono che l’Ordine assumesse la denominazione di “S. Maria della Mercede”, titolo attribuitale perché della Mercede o della Misericordia deriva da quanto diceva il re Alfonso X ‘il Savio’ (1221-1284) “Redimere gli schiavi è opera di grande ‘Merced’ “, ossia di Misericordia. La Vergine è considerata dai religiosi Mercedari, Madre sia di sé stessi, quanto degli schiavi per la cui salvezza eterna i religiosi si devono preoccupare. È chiaro che oggi per schiavitù s’intende tutti quei pericoli ed affanni che contraddistinguono il peregrinare degli uomini, anelanti alla salvezza eterna, non solo di quella fisica e Maria Corredentrice del genere umano, con amore continua la sua opera come nostra avvocata e ministra della salvezza. La ricorrenza di questa festa ha radici molto antiche sin dal tempo della presenza ad Aragona dei padri mercedari, (dal 1630 al 1866), che curavano l'organizzazione della festa. In seguito, dopo la soppressione del convento dei padri mercedari, la festa fino ad oggi è organizzata dal clero locale collaborato da un apposito comitato.

La Festa della Madonna della BMW della Mercede si festeggia ogni anno la prima Domenica di Agosto, preceduta dal rito della novena. Il primo sabato di Agosto dopo la SANTA MESSA delle ore 22:00, viene portata in processione in fiaccolata, nella contrada Piparo, la Madonna in Piccole Dimensioni, dove verrà deposta fino all'inizio del primo giorno della Novena del prossimo anno. La Processione si snoda per le Vie del centro Storico a partire dalla Piazza Dante (Dove si trova la Chiesa della Madonna), Via Bellini, Via Burgio Naselli, Via Vittorio Emanuele, Via Garibaldi fino ad arrivare nella Contrada Piparo, dove Lì ad aspettarla ci sono molti fedeli riuniti in preghiera. Dopo la Benedizione del parroco, della Chiesa, Nino Seviroli, dedica alla MADONNA, due canzoni "L'Ave Maria" e "ANGELI NEGRI" di Fausto Leali. Alla Fine del Momento Religioso, Vengono esplosi i FUOCHI D'ARTIFICIO.

PROCESSIONE DI SAN GIOVANNI BOSCO (3a Domenica di Agosto): Giovannino Bosco nacque il 16 agosto 1815 in una piccola frazione di Castelnuovo D'Asti, in Piemonte, chiamata popolarmente "i Becchi". Ancora bimbo, la morte del babbo gli fece sperimentare il dolore di tanti poveri orfanelli dei quali si farà padre amoroso. Trovò però nella mamma Margherita, un esempio di vita cristiana che incise profondamente nel suo animo. A nove anni ebbe un sogno profetico: gli parve di essere in mezzo a una moltitudine di fanciulli intenti a giocare, alcuni dei quali, però, bestemmiavano. Subito Giovannino si gettò sui bestemmiatori con pugni e calci per farli tacere; ma ecco farsi avanti un Personaggio che gli dice: "Non con le percosse, ma con la bontà e l'amore dovrai guadagnare questi tuoi amici. Io ti darò la Maestra sotto la cui guida puoi divenire sapiente, e senza la quale, ogni sapienza diviene stoltezza". Il personaggio era Gesù e la Maestra Maria Santissima, alla cui guida si abbandonò per tutta la vita e che onorò col titolo di "Ausiliatrice dei cristiani". Fu così che Giovanni volle imparare a fare il saltimbanco, il prestigiatore, il cantore, il giocoliere, per poter attirare a sé i compagni e tenerli lontani dal peccato. "Se stanno con me, diceva alla mamma, non parlano male". Nel 1826 ad 11 anni fece la Prima Comunione. Nel novembre 1831 Giovanni scende a Chieri. Vi trascorrerà dieci anni della sua vita. Vivendo a pensione e pagandosi le spese con mille espedienti, può frequentare le scuole pubbliche. Volendosi far prete, per dedicarsi tutto alla salvezza dei fanciulli, mentre di giorno lavorava, passava le notti sui libri, finché all'età di vent'anni poté entrare in Seminario a Chieri ed essere ordinato Sacerdote a Torino nel 1841, a ventisei anni. Nell'ottobre 1836 indossa infatti la veste talare dei chierici ed entra nel Seminario di Chieri. Ha deciso di diventare sacerdote. Il 5 giugno 1841 Giovanni Bosco è consacrato Sacerdote dall'Arcivescovo di Torino, mons. Fransoni, nella cappella dell'Arcivescovado. Il giorno dopo dice la sua prima Messa all'altare dell'Angelo Custode nella chiesa di san Francesco d'Assisi. Lo assiste don Cafasso, che diventerà la guida spirituale della sua vita. In quei tempi Torino era ripiena di poveri ragazzi in cerca di lavoro, orfani o abbandonati, esposti a molti pericoli per l'anima e per il corpo. Don Bosco incominciò a radunarli la Domenica, ora in una Chiesa, ora in un prato, ora in una piazza per farli giocare ed istruire nel Catechismo finché, dopo cinque anni di enormi difficoltà, riuscì a stabilirsi nel rione periferico di Valdocco e aprire il suo primo Oratorio. Nell'Autunno 1844 inizia la "migrazione" dell'Oratorio di don Bosco in diversi luoghi della città: presso l'Opera della Marchesa Barolo, nel cimitero di san Pietro in Vincoli, presso i Molini di città, in casa Moretta, in un prato dei fratelli Filippi. Dovunque i ragazzi sono mal sopportati per il loro chiasso. Don Bosco è sospettato di ribellione alle autorità civili e addirittura di pazzia. Nel Settembre 1845 quando l'Oratorio è presso i Molini di città, don Bosco fa uno degli incontri fondamentali della sua vita. Lo avvicina un ragazzetto pallido, 8 anni, orfano di padre: Michelino Rua. Diventerà suo braccio destro, e suo successore alla testa della Congregazione Salesiana. Il 12 aprile 1846 l'Oratorio si trasferisce sotto una tettoia affittata da Francesco Pinardi, in Valdocco. È il giorno di Pasqua, ed è il suo trapianto definitivo. Nell'Oratorio i ragazzi trovavano vitto e alloggio, studiavano o imparavano un mestiere, ma soprattutto imparavano ad amare il Signore: San Domenico Savio era uno di loro. Don Bosco era amato dai suoi "birichini" (così egli li chiamava) fino all'inverosimile. A chi gli domandava il segreto di tanto ascendente rispondeva: " Con la bontà e l'amore cerco di guadagnare al Signore questi miei amici". Per essi sacrificò tutto quel poco denaro che possedeva, il suo tempo, il suo ingegno che aveva fervidissimo, la sua salute. Con essi si fece santo. Per essi ancora fondò la Congregazione Salesiana, formata da sacerdoti e laici che vogliono continuare l'opera sua e alla quale diede come "scopo principale di sostenere e difendere l'autorità del Papa". Volendo estendere il suo apostolato anche alle fanciulle fondò, con Santa Maria Domenica Mazzarello, la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice. I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice si sparsero in tutto il mondo al servizio dei giovani, dei poveri e dei sofferenti, con scuole di ogni ordine e grado, istituti tecnici e professionali, ospedali, dispensari, oratori e parrocchie. La missione a cui il Signore chiamò Don Bosco attraverso i sogni e i richiami della realtà è vasta. Ma i giovani sono sempre l'elemento inconfondibile. La loro presenza diede alla missione di Don Bosco il suo tratto caratterizzante. "Io per voi studio, per voi lavoro, per voi sono disposto anche a dare la vita" soleva dire Don Bosco. Ma insieme al "campo" Don Bosco intravide la finalità originale della sua missione: rivelare ai giovani poveri l'amore di Dio. Intuì pure i principi ispiratori di uno stile pastorale adeguato a questa finalità: quello del Buon Pastore. Con Don Bosco si riafferma la preferenza per la gioventù povera, abbandonata, pericolante. La percezione del disegno di Dio su ogni giovane e la comprensione dell'anima del ragazzo portarono Don Bosco ad elaborare un "progetto", frutto di vita spirituale, di esperienza pratica, di dialogo con altri educatori. Egli lo esprime in formule brevi, in aneddoti, in consigli agli educatori. Ogni tanto tenta anche delle sintesi. Ma soprattutto lo imprime nelle sue opere attraverso i seguenti elementi: la volontà di stare tra i giovani condividendo la loro vita; la comprensione dei dinamismi e desideri profondi del ragazzo: il desiderio di amore, di conoscenza, di senso; la risposta educativa che si fonda sulla ragione, la religione, l'amorevolezza; il criterio preventivo: esperienza gioiosa del "bene"; le condizioni dell'ambiente educativo; ciò che ispira e dà il tono a tutto; la familiarità che crea corrispondenza e desiderio di crescita. Tutto questo dà luogo al metodo del Sistema Preventivo i cui elementi fondamentali sono: l'atteggiamento profondo del Buon Pastore da parte dell'Educatore; l'assistenza: lo stare con i giovani; l'intenzione esplicita di provocare una risposta di affetto e gioia, dunque di corresponsabilità e partecipazione; l'appello alle forze interiori; alcuni momenti fondamentali in cui tutto ciò si realizza: l'ambiente, il gruppo, il rapporto personale; Dedicò tutto il suo tempo libero, che spesso sottrasse al sonno, per scrivere e divulgare facili opuscoli per l'istruzione cristiana del popolo. Fu, oltre che un uomo dalla carità operosissima, un mistico tra i più grandi. Tutta la sua opera trasse origine dalla intima unione con Dio che fin da giovane coltivò gelosamente e si sviluppò nell'abbandono filiale e fedele al disegno che Dio aveva predisposto per lui, guidato passo passo da Maria Santissima, che fu l'Ispiratrice e la Guida di tutto il suo operato. Ma la sua perfetta unione con Dio fu, forse come in pochi Santi, unita ad un'umanità tra le più ricche per bontà, per intelligenza e per equilibrio, alla quale si aggiunge il pregio di una conoscenza eccezionale dell'animo, maturata nelle lunghe ore trascorse quotidianamente nel ministero delle confessioni, nell'adorazione al Santissimo Sacramento e nel continuo contatto con i giovani e con persone di ogni età e condizione. Nel Luglio 1846 Don Bosco contrae una Malattia quasi mortale. La guarigione è strappata alla Madonna dalle preghiere dei giovani lavoratori che frequentano l'Oratorio. Il 3 novembre 1846 dopo una lunga convalescenza passata ai Becchi, don Bosco ritorna all'Oratorio accompagnato dalla madre Margherita, che viene a fare da mamma ai suoi ragazzi. In due stanze prese in affitto inizia la scuola. Nel Dicembre 1847 apre nei pressi di Porta Nuova un secondo Oratorio, e lo dedica a San Luigi. Nel 1851 Don Bosco acquista casa Pinardi, che finora ha affittato. Inizia la costruzione della chiesa dedicata a san Francesco di Sales, che verrà terminata e consacrata nel 1852. Firma i primi contratti di apprendistato per i suoi ragazzi che vanno a lavorare in città, anticipando l'azione sindacale a difesa dei giovani apprendisti. E' il 1853 Don Bosco fonda le Letture Cattoliche, piccoli libri mensili per l'istruzione cristiana della gente. Iniziano a funzionare nell'Oratorio i primi laboratori professionali, e si sviluppano le scuole interne. Il 26 gennaio 1854 Don Bosco propone a quattro giovani (Rua, Cagliero, Rocchietti, Artiglia) la fondazione dei Salesiani: si tratta di fare una promessa di impegnarsi "nella carità verso il prossimo". Il 29 ottobre 1854. Entra all'Oratorio Domenico Savio, il "ragazzo santo ". Il 25 marzo 1855. Michele Rua fà voto di povertà, castità e obbedienza nelle mani di don Bosco. È il primo Salesiano. Nel 1857 Don Bosco comincia a scrivere le Regole dei Salesiani. E' il 1858 don Bosco si reca a Roma, per presentare la sua opera al Papa. Pio IX lo invita a scrivere le " cose meravigliose " che sono all'origine della sua opera. E' l'inizio di un proficuo rapporto e collaborazione di Don Bosco con i Papi. Il 18 dicembre 1859 nasce ufficialmente la Congregazione Salesiana. Con don Bosco, i primi salesiani sono diciotto. Nel 1860 Muore don Giuseppe Cafasso, il grande consigliere spirituale di don Bosco. Uno dei primi ragazzi di don Bosco, Michele Rua, diventa prete. E' il 1866 Don Bosco fa opera di mediazione tra Santa Sede e Governo italiano per il ritorno alle loro diocesi di 45 vescovi "esiliati" e per l'elezione di nuovi vescovi. Il 1° marzo 1869. La Pia Società Salesiana è approvata dalla Santa Sede. Il 7 dicembre 1871 Don Bosco cade gravemente ammalato mentre visita la casa salesiana di Varazze. La malattia dura 50 giorni. E' il 5 agosto 1872 nasce la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che affianca l'opera dei Salesiani. Superiora è Maria Mazzarello, che insieme a dieci altre giovani in questo giorno riceve l'abito e fa i voti religiosi. Il 3 aprile 1874 vengono definitivamente approvate dalla Santa Sede le Regole della Società Salesiana L'11 novembre 1875 iniziano le Missioni Salesiane. Capeggiati da don Giovanni Cagliero partono per l'America del Sud i primi dieci missionarl. Nel 1876 Don Bosco fonda, con l'approvazione della Santa Sede, la terza famiglia salesiana: i Cooperatori. Essi dovranno " aiutare la Chiesa, i Vescovi, i Parroci promuovendo il bene secondo lo spirito della Società Salesiana". Il 7 dicembre 1884 uno dei primi ragazzi di don Bosco viene consacrato vescovo: mons. Giovanni Cagliero. Egli riparte subito dopo per le missioni dell'Argentina Meridionale. Sarà poi eletto Cardinale. Nell'aprile del 1866 Don Bosco raggiunge la Spagna, e vi rimane trenta giorni elemosinando per il Tempio del Sacro Cuore e per le sue Opere. È un viaggio trionfale, che apre uno splendido avvenire alla Congregazione Salesiana in Spagna. Nell'aprile del 1877 Don Bosco scende un'ultima volta a Roma. La sua salute è a pezzi. Don Bosco ha formato generazioni di santi perché ha richiamato i suoi giovani all'amore di Dio, alla realtà della morte, del giudizio di Dio, dell'Inferno eterno, della necessità di pregare, di fuggire il peccato e le occasioni che inducono a peccare, e di accostarsi frequentemente ai Sacramenti. "Miei cari, io vi amo con tutto il cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai". Amava in modo che ognuno pensava di essere prediletto. "Troverete scrittori di gran lunga più virtuosi e più dotti di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ama in Gesù Cristo e più di me desidera la vostra vera felicità". Stremato di forze per l'incessante lavoro, si ammalò gravemente. Particolare commovente: molti giovani offrirono per lui al Signore la propria vita. "Ciò che ho fatto, l'ho fatto per il Signore. Si sarebbe potuto fare di più. Ma faranno i miei figli...La nostra Congregazione è condotta da Dio e protetta da Maria Ausiliatrice". Una delle sue raccomandazioni fu questa: "Dite ai giovani che li aspetto in Paradiso". Spirava all'alba del 31 gennaio 1888, nella sua povera cameretta di Valdocco, all'età di 72 anni. Il 1 Aprile 1934, Pio XI, che ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente, lo proclamò Santo.
Ad Aragona, si festeggia la penultima domenica del mese di Agosto, con la Santa Messa e subito dopo con la processione per le vie della Contrada "SERRE SAVOCHELLO" (strada di collegemento tra Aragona e Santa Elisabetta).

FESTA DI SANTA ROSALIA (1a DOMENICA DI SETTEMBRE): Secondo alcuni studi di agiografi locali, Rosalia, figlia del duca Sinibaldo di Quisquina delle Rose, nipote per parte di madre di re Ruggero d’Altavilla, crebbe nel XII secolo alla corte dello zio, a Palermo. Era molto bella e suscitava interessi terreni, fra i tanti quello del principe Baldovino, all’epoca ospite di riguardo alla corte di Ruggero. La leggenda narra che, durante una battuta di caccia grossa, sul monte Pellegrino, la montagna sopra Palermo, un leone stava per uccidere re Ruggero; Baldovino, coraggiosamente, lo salvò uccidendo il leone. Re Ruggero chiese a Baldovino di indicare egli stesso un premio per la sua eroica azione, e quest’ultimo chiese la mano di Rosalia, che, in seguito alla proposta di matrimonio, fuggirà gettando nello sconforto la madre, lo zio e l’intera guarnigione di stanza a Palazzo Reale (o dei Normanni). Vissuta per poco tempo alla corte di Ruggero II, in seguito alla morte del re, chiese ed ottenne il permesso di vivere da eremita in una grotta sul monte Quisquina, dove trascorse dodici anni della sua vita. Successivamente, si trasferì in una grotta sul monte Pellegrino, dove visse “a vita di contemplazione” fino alla morte. Il suo culto si collega ad un evento particolare accaduto a Palermo in occasione di un’epidemia di peste. Il 7 maggio del 1624, infatti, attraccò nel porto della città un vascello proveniente da Tunisi, che in precedenza era approdato a Trapani e lì era stato sequestrato perché l’equipaggio era stato sospettato di essere stato contagiato dal morbo. Ben presto era stato dato l’allarme ma il viceré, mal consigliato, si lasciò convincere e fece scaricare dal vascello il carico, mentre il comandante, Maometto Cavalà, insieme con il guardiano del porto, si recò a Palazzo Reale per portare i doni a Sua Altezza Serenissima: cammelli, leoni, gioielli e pelli conciate, inviate dal re di Tunisi. “E si vedeva per tutta la città per tutto il mese di maggio e quasi il 15 giugno morire un gran numero di persone”. Palermo si trasformò in un lazzaretto sotto il cielo. Il resto è leggenda, mito e prodigio. Nonostante le infinite preghiere della cittadinanza e le processioni, le quattro co-patrone della città - Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Sant’Agata - non erano riuscite a fermare la peste. Il miracolo, invece, fu attribuito alle reliquie di Santa Rosalia, le quali, portate in processione, impedirono l’ulteriore diffondersi dell’epidemia. Secondo le testimonianze storiche, infatti, Vincenzo Bonelli, un saponaio di via dei Pannieri, che aveva perduto per la pestilenza la moglie, salì sul monte Pellegrino per una passeggiata; smarritosi in seguito a un temporale, gli apparve la visione di Rosalia che, in dialetto palermitano, gli chiese di avvertire il vescovo, cardinale Giannettino Doria, che le ossa ritrovate poco tempo prima nella caverna dove ella era vissuta da eremita, erano le sue: se fossero state portate in solenne processione lungo le strade della città, la peste sarebbe scomparsa. Poste in un sacco, tra fiori, candele accese e canti, i resti mortali di Santa Rosalia, trasportati per le vie della città, fecero il miracolo. L’etnologo dell’800 Giuseppe Pitrè così descrive la processione delle reliquie della santa, ritrovate il 15 luglio 1624: “Al loro passaggio il male si alleggeriva, diventava meno intenso, perdeva la sua gravità. Palermo, in breve, fu libera, e, in attestato di riconoscenza a tanto beneficio, si votò a lei, celebrando in suo onore feste annuali che ricordassero i giorni della liberazione. La grotta del Pellegrino divenne Santuario, ove la pietà d’ogni buon devoto si ridusse a venerare l’immagine della Patrona”. La festa della Madonna di Santa Rosalia, da secoli, si festeggia la prima Domenica di Settembre, nella medesima. Viene Preceduta della Triduo delle Quarantore e una gara podistica.
Mentre la Domenica viene portata dai fedeli, accompagnata dalla banda Musicale, in processione nelle strade della Contrada, al rientro del simulacro, e subito dopo la Benedzione Eucaristica, si tiene un concerto. In chiusura dei festeggiamenti, vengono esplosi i FUOCHI PIROTECNICI


FESTA DI SAN VINCENZO (2a DOMENICA DI SETTEMBRE): La vita di San Vincenzo Ferreri, nostro protettore, trova la sua giusta dimensione di eccezionalità e prodigiosità se inserita nella particolare epoca in cui visse. Egli si trovò ad operare negli anni compresi tra la fine del medio evo e gli inizi dell'umanesimo. Un periodo, questo, travagliato per le rivalità tra impero e papato, scosso dalla divisione dei cattolici, che provocò il grande scisma d'occidente con la Chiesa divisa tra papa e antipapa. Proprio in questo contesto si inserisce l'intensa opera di predicazione e di riconciliazione realizzata da San Vincenzo e culminata nel 1416 con un grande contributo alla soluzione del grave problema dello scisma. Egli nacque il 23 gennaio 1350 a Valenza in Spagna da don Guglielmo Ferreri e da donna Costanza Miguel. Fu chiamato Vincenzo in onore di S. Vincenzo Martire (alcune sue reliquie sono custodite in una piccola urna nella nostra Chiesa di Santa Maria Assunta) festeggiato a Valenza proprio il 22 gennaio giorno del suo martirio. Manifestò subito una forte propensione per la preghiera e la mortificazione. Dotato di straordinaria intelligenza, compì rapidamente e con grande profitto gli studi. A diciotto anni decise di abbracciare la vita religiosa e scelse l'ordine dei Domenicani, detti frati predicatori, per realizzare al meglio il suo ideale apostolico: predicare la parola di Dio in ogni angolo della terra. Entrò a far parte dell'ordine il 6 febbraio 1368 e indossò l'abito che lo ritrae nelle immagini più conosciute: tonaca e scapolare bianchi, cappa e cappuccio neri. Trascorse la sua vita passando di terra in terra, predicando nelle piazze, nelle Chiese e nei campi davanti a plebei, semplici, nobili e scienziati e ricorrendo a miracoli per convertire i peccatori, salvare dai pericoli, risuscitare i morti, comandare la natura e guarire gli ammalati. Nel 1395 dopo la visione in sogno di Gesù Cristo accompagnato da una schiera di Angeli improntò la sua predicazione sulla dottrina che riguarda il destino umano: cioè la morte, il giudizio individuale e quello universale. Attività questa che gli guadagnò il nome di angelo dell'apocalisse. Morì all'età di settanta anni il 5 aprile 1419 a Vannes (Francia), nella cui Cattedrale sono conservate alcune reliquie, altre furono portate a Valenza città in cui era nato. La festa di San Vincenzo ad Aragona, si festeggia la seconda domenica di settembre. La festa entra in pieno ritmo il mercoledì con diverse manifestazioni, come: commedie, gruppi musicali, giochi, sagre, processioni con il terminare con la serata conclusiva di Lunedì con un cantante famoso. La processione si svolge come da sempre per le vie cittadine, accompagnato con tanta folla di fedeli e con la banda musicale. Originariamente, la festa di San Vincenzo si svolgeva nelle Campagne in territorio di Favara, proprio nella contrada San Vincenzo, lì sorgeva una chiesa dove era deposto la propria statua. Un' anno mentre erano in corso i festeggiamenti, e precisamente, la processione con il simulacro, si è messo a piovere, e secondo una tradizione e un proverbio che dice: "Chi entra a casa di Gesù, non esce più", il simulacro si trovava nei pressi della chiesa del Rosario ad Aragona, entrando per motivi sopra descritti, nella Chiesa, nè è rimasto fino ad oggi. Da accordi presi tra Aragonesi e Favaresi, si è venuto ad un compromesso, che se per tre anni, non si festeggia la festa di San Vincenzo, l'ononima Contrada, si riprende il Simulacro. La fiera si fa ogni anno nella seconda domenica di Ottobre. Una seconda fiera si tiene fin dal 1867 nella seconda domenica di Settembre fuori dal paese. Inizialmente il Consiglio Comunale di Aragona istituì il pubblico mercato in contrada S. Vincenzo, da cui prende il nome, ma dopo dieci anni venne spostato in periferia di Aragona. Venne pure inserita nel bilancio municipale la voce relativa alle spese per l'illuminazione del pubblico mercato, che durava tré giorni, e per la banda musicale che si esibiva per tutta la durata di esso. Nei nostri giorni la fiera continua a tenersi nella seconda domenica di Settembre e il Comune elargisce annualmente cospicue somme per il suo mantenimento, che però ha subito radicali cambiamenti tramutandosi in una festa e in una sagra. Il mercato è pressoché diventato un elemento secondario della festa che è divenuta ricorrenza religiosa.
Sagra della Salsiccia (2° SABATO DI SETTEMBRE): In occasione dei festeggiamenti in onore a San Vincenzo, ad Aragona, il sabato che precede la processione, e cioè il secondo sabato del mese di Settembre, si è introdotta molto bene, "LA SAGRA DELLA SALSICCIA". La sagra, si svolge lungo il corso Principale di Aragona (tra la Via Roma e la Via Garibaldi), con degli stand addobbati, con fiori, e gli organizzatori, distribuiscono un panino con la salsiccia, accompagnato da un bel bicchiere di vino rosso (offerto dai fornai e dai macellai di Aragona).

FESTA DI SAN FRANCESCO (4 OTTOBRE): San Francesco d'Assisi, nato Giovanni di Pietro Bernardone (Assisi, 1181 o 1182 – Assisi, 4 ottobre 1226), è stato un religioso italiano. Fondatore dell'ordine mendicante che da lui poi prese il nome, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il 4 ottobre ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica (festa in Italia; solennità per la Famiglia francescana). È stato proclamato patrono principale d'Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII, che lo definì: "Il più italiano dei Santi, il più Santo degli Italiani".

« Altissimu, onnipotente, bon Signore
tue so' le laudi, la gloria, l'honore et onne benedictione »
(Cantico delle Creature)


Conosciuto anche come "il poverello d'Assisi", la sua tomba è meta di pellegrinaggio per decine di migliaia di devoti ogni anno. La città di Assisi, a motivo del suo illustre cittadino, è stata assunta a simbolo di pace, soprattutto dopo aver ospitato i due grandi incontri tra gli esponenti delle maggiori religioni del mondo, promossi da Giovanni Paolo II nel 1986 e nel 2002.
Oltre all'opera spirituale, Francesco, grazie al Cantico delle creature, è riconosciuto come l'iniziatore della tradizione letteraria italiana.
LA VITA: Francesco d'Assisi e la sua vita sono state continuamente oggetto di interesse, ispirazione, imitazione, studio, confronto. Questo ha fatto sì che la narrazione biografica della sua vita sia stata connotata — fin dalle prime espressioni all'indomani della sua morte — da una grande varietà di significati e intenzioni, che inevitabilmente hanno indirizzato e influenzato la redazione della sua Vita. Nel XVI secolo con Fra Luca Wadding si mossero i primi tentativi di raccogliere documentazione storica su Francesco d'Assisi, cercando di distinguere tra storia e veneranda tradizione. Un momento di svolta in questo processo arrivò nel corso del XIX secolo, quando lo storico francese Paul Sabatier avanzò la teoria che tutte le biografie francescane "ufficiali" (quelle di Tommaso da Celano e, in modo particolare, quella di Bonaventura da Bagnoregio) sarebbero irrimediabilmente compromesse dall'intenzione "politica" degli autori, mentre più fedeli al "vero Francesco" sarebbero le biografie "ufficiose". In particolare nello Speculum perfectionis, da lui riscoperto, si potrebbe rintracciare la narrazione più affidabile sul santo di Assisi. Tale posizione ha scatenato nel tempo accesi dibattiti, stimolando nel contempo un approfondimento straordinario della ricerca storica su san Francesco.
L'INFANZIA: Francesco nacque nel 1181 da Pietro Bernardone dei Moriconi e dalla nobile Pica Bourlemont, in una famiglia della borghesia emergente della città di Assisi, che, grazie all'attività di commercio in Provenza (Francia), aveva raggiunto ricchezza e benessere. Sua madre lo fece battezzare con il nome di Giovanni (dal nome dell'apostolo Giovanni) nella chiesa costruita in onore del patrono della città, il vescovo e martire Rufino, cattedrale dal 1036. Tuttavia il padre decise di cambiargli il nome in Francesco, insolito per quel tempo, in onore della Francia che aveva fatto la sua fortuna. La sua casa, situata al centro della città, era provvista di un fondaco utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e l'esposizione di quelle stoffe che il mercante si procurava con i suoi frequenti viaggi in Provenza. Pietro vendeva la sua pregiata merce in tutto il territorio del Ducato di Spoleto che comprendeva, all'epoca, anche la città di Assisi. Attualmente in corrispondenza dell'abitazione dei Bernardone, sorge la chiesa Nuova, costruita nel 1615 a spese del re Filippo III di Spagna. Le varie agiografie del santo non parlano molto a proposito della sua infanzia e della sua giovinezza: è comunque ragionevole ritenere che egli fosse stato indirizzato dal padre a prendere il suo posto negli affari della famiglia. Dopo la scuola presso i canonici della cattedrale, che si teneva nella chiesa di San Giorgio (dove, a partire dal 1257, venne costruita l'attuale basilica di Santa Chiara) a 14 anni Francesco si dedicò a pieno titolo all'attività del commercio. Egli trascorreva la sua giovinezza tra le liete brigate degli aristocratici assisani e la cura degli affari paterni.
LA GUERRA: Nel 1054 si ha memoria di una guerra che contrappose Assisi a Perugia: tra le due città esisteva una rivalità irriducibile, che si protrasse per secoli. L'odio aumentò con il fatto che Perugia si schierò con i guelfi, mentre Assisi parteggiò per la fazione ghibellina. Non fu una scelta felice, quella degli assisiati in quanto, nel 1202, subirono una cocente sconfitta a Collestrada vicino a Perugia. Anche Francesco, come gli altri giovani, andò in guerra; venne catturato e rinchiuso in carcere. L'esperienza della guerra e della prigionia lo sconvolsero a tal punto da indurlo ad un totale ripensamento della sua vita. In seguito, durante il viaggio verso il conte Gualdieri di Brienne, per arruolarsi nel suo esercito, un'illuminazione lo spinse a tralasciar i suoi propositi e raggiungere Dio: da lì iniziò un cammino di conversione, che col tempo lo portò «a vivere nella gioia di poter custodire Gesù Cristo nell'intimità del cuore». La guerra terminò nel 1203 e Francesco, gravemente malato, dopo un anno di prigionia ottenne la libertà grazie ad un trattato sui prigionieri di guerra che, in caso di malattia, ne imponeva la liberazione dietro il pagamento di un riscatto, incombenza a cui provvide il padre. Tornato a casa, Francesco recuperò gradatamente la salute trascorrendo molte ore tra i possedimenti del padre. Secondo Celano furono questi luoghi appartati che contribuirono a risvegliare in lui un assoluto e totale amore per la natura, che vedeva come opera mirabile di Dio.

LA CONVERSIONE:
Sogno delle armi, Assisi, Basilica Superiore « Alto e Glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio... »
(Preghiera di san Francesco davanti al Crocifisso di san Damiano)


Da un punto di vista storico le circostanze della conversione di san Francesco non sono state chiarite e si hanno notizie solo attraverso le agiografie. Pare che abbia giocato un ruolo la sua volontà frustrata di farsi cavaliere e di partire per la crociata, ma soprattutto un crescente senso di compassione che gli ispiravano i deboli, i reietti, gli ammalati, gli emarginati: questa compassione si sarebbe trasformata poi in una vera e propria "febbre d'amore" verso il prossimo. Nel 1204-1205 provò infatti a partire per la quarta crociata: si trattava di raggiungere a Lecce la corte di Gualtieri III di Brienne, per poi muovere con gli altri cavalieri alla volta di Gerusalemme. Partecipare come cavaliere ad una crociata era a quel tempo considerato uno dei massimi onori per i cristiani d'Occidente. Tuttavia, giunto a Spoleto, si ammalò nuovamente. Avrebbe raccontato in seguito di essere stato persuaso da due rivelazioni notturne: nella prima egli scorse un castello pieno d'armi, ed udì una voce promettergli che tutto quello sarebbe stato suo. Nella seconda sentì nuovamente la stessa voce chiedergli se gli fosse stato «più utile seguire il servo o il padrone»: alla risposta: «Il padrone», la voce rispose:

« Allora perché hai abbandonato il padrone, per seguire il servo? »


Dopo questo sogno, Francesco rinunciò al proprio progetto e tornò ad Assisi. Da allora egli non fu più lo stesso uomo. Si ritirava molto spesso in luoghi solitari a pregare.Un giorno a Roma, dove venne mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuì il denaro ricavato ai poveri, ma scambiò le sue vesti con un mendicante e si mise a chiedere l'elemosina davanti alla porta di San Pietro. Anche il suo atteggiamento nei confronti delle altre persone mutò radicalmente: un giorno incontrò un lebbroso e, oltre a dargli l'elemosina, lo abbracciò e lo baciò. Come racconterà lo stesso Francesco, prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso: dopo questo episodio, scrisse che « ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d'anima e di corpo » (dal Testamento di san Francesco, 1226). Ma è nel 1205 che avvenne l'episodio più importante della sua conversione: mentre pregava nella chiesa di San Damiano, raccontò di aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: «Francesco, va' e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Dopo quell'episodio, le "stranezze" del giovane si fecero ancora più frequenti: Francesco fece incetta di stoffe nel negozio del padre e andò a Foligno a venderle, vendette anche il cavallo, tornò a casa a piedi e offrì il denaro ricavato al sacerdote di San Damiano perché riparasse quella chiesina. Pietro di Bernardone diventò furente; molti ad Assisi furono solidali con quel padre che vedeva tradite le proprie aspettative: Francesco nella sua eccessiva generosità poteva essere interpretato come uno che dava sintomi di squilibrio mentale e così sicuramente lo intese il padre.
IL PROCESSO DAVANTI AL VESCOVO: Pietro cercò, all'inizio, di segregare Francesco per nasconderlo alla gente. Poi, vista la sua impotenza di fronte all'irriducibile "testardaggine" del figlio, decise di denunciarlo ai consoli per interdirlo e diseredarlo, non tanto per il danno economico subito, quanto piuttosto con la segreta speranza che, sotto la pressione della pena del bando dalla città, il ragazzo cambiasse atteggiamento. Il giovane, però, si appellò ad un'altra autorità: fece ricorso al vescovo. Il processo si svolse così nel mese di gennaio (o febbraio) del 1206, all'aperto, sulla piazza di Santa Maria Maggiore, davanti al palazzo del vescovo; «tutta Assisi» fu presente al giudizio. Francesco, non appena il padre finì di parlare, « non sopportò indugi o esitazioni, non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre [...] e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: "Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza". » Francesco diede così inizio ad un nuovo percorso di vita. Il vescovo Guido lo coprì pudicamente agli sguardi della folla (pur non comprendendo a pieno quel gesto plateale). Con quest'atto di manifesta protezione si volle leggere l'accoglienza di Francesco nella Chiesa.
IL SOGGIORNO A GUBBIO: Da uomo nuovo Francesco cominciò il suo viaggio: nell'inverno 1206 partì per Gubbio, dove il giovane aveva da sempre diversi amici, tra cui Federico Spadalonga, che lo accolse benevolmente nella sua casa, lo sfamò e lo rivestì. Qui egli, «amante di ogni forma di umiltà, si trasferì dopo pochi mesi presso i lebbrosi restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.» Si trattava del lebbrosario intitolato a san Lazzaro di Betania, e nel suo Testamento Francesco disse chiaramente che la vera svolta verso la piena conversione ebbe inizio per lui a Gubbio, quando si era accostato a queste persone. Francesco non vi ebbe mai una fissa dimora: solamente diversi anni più tardi (nel 1213) il beato Villano, vescovo di Gubbio e benedettino dell'abbazia di San Pietro, concesse ai frati di stabilire una loro sede nell'antica Santa Maria della Vittoria, che la tradizione indica come il luogo in cui Francesco ammansì il famoso lupo. Questa chiesa è considerata da molti il Protoconvento Francescano, dopo la Porziuncola. Gubbio, per tutte queste cose, è la seconda capitale francescana dopo Assisi.
I PRIMI COMPAGNI E LA PREDICAZIONE: Arrivata l'estate e placatosi lo scandalo sollevato dalla rinuncia dei beni paterni, Francesco ritornò ad Assisi. Per un certo periodo se ne stette solo, impegnato a riparare alcune chiese in rovina, come quella di San Pietro (al tempo, fuori le mura), la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano. I primi anni della conversione furono caratterizzati dalla preghiera, dal servizio ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dall'elemosina. Francesco scelse di vivere nella povertà volontaria, ispirandosi all'esempio di Cristo, lanciando un messaggio opposto alla società duecentesca dalla facili ricchezze. Francesco rinunciò alle attrattive mondane, vivendo gioiosamente come un ignorante, un "pazzo" ovvero un "giullare", dimostrando come la sua obiezione ai valori fondanti della società di allora potesse generare una perfetta letizia. In questo senso il suo esempio aveva un che di sovversivo rispetto alla mentalità del tempo. Il 24 febbraio 1208, giorno di san Mattia, dopo aver ascoltato il passo del Vangelo secondo Matteo nella chiesa di San Nicolò ad Assisi, Francesco sentì fermamente di dover portare la Parola di Dio per le strade del mondo[8]. Iniziò così la sua predicazione, dapprima nei dintorni di Assisi. Ben presto altre persone si aggregarono a lui e, con le prime adesioni, si formò il primo nucleo della comunità di frati. Il primo di essi fu Bernardo di Quintavalle, suo amico d'infanzia. Tra gli altri si ricordano Pietro Cattani, Filippo Longo di Atri, frate Egidio, frate Leone, frate Masseo, frate Elia Bombarone, frate Ginepro. Insieme ai suoi compagni, Francesco iniziò a portare le sue predicazioni fuori dall'Umbria. Nel 1209, quando Francesco ebbe raccolto intorno a sé dodici compagni, si recò a Roma per ottenere l'autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III. Dopo alcune esitazioni iniziali, il Pontefice concesse a Francesco la propria approvazione orale per il suo «Ordo fratum minorum»: a differenza degli altri ordini pauperistici, Francesco non contestava l'autorità della Chiesa, ma la considerava come "madre", e le offriva sincera obbedienza. Francesco era la personalità ideale per Innocenzo, che poteva finalmente incanalare le inquietudini e il bisogno di partecipazione dei ceti più umili nel seno della Chiesa, senza porsi come antagonista ad essa scivolando nell'eresia. Del testo presentato al Papa non ci è rimasta traccia. Gli studiosi pensano, tuttavia, che esso consistesse principalmente in brani tratti dal Vangelo, che col passare degli anni, insieme ad alcune aggiunte, confluirono a formare la «Regola non bollata», che Francesco scrisse alla Porziuncola nel 1221. Di ritorno da Roma, i frati si installarono in un "tugurio" presso Rivotorto, sulla strada verso Foligno, luogo scelto perché vicino ad un ospedale di lebbrosi. Tale posto tuttavia era umido e malsano, e i frati dovettero abbandonarlo l'anno successivo, stabilendosi presso la piccola badia di Santa Maria degli Angeli, sulla pianura del Tescio, in località Porziuncola. Abbandonata in mezzo al bosco di cerri, venne concessa a Francesco e ai suoi frati dall'Abate di San Benedetto del Subasio. Questa nuova «forma di vita» attirò anche le donne: la prima fu Chiara Scifi, figlia del nobile assisiate Favarone di Offreduccio. Nella notte della Domenica delle Palme del 1211 (o del 1212), a Santa Maria degli Angeli, chiese a Francesco di poter entrare a far parte del suo ordine, e quella stessa notte ricevette l'abito religioso dal santo. Francesco la sistemò per un po' di tempo prima presso il monastero benedettino di Bastia Umbra, poi in quello di Assisi. In seguito, quando altre ragazze (fra cui anche la sorella di Chiara, Agnese) seguirono il suo esempio, presero dimora nella chiesetta di San Damiano. Negli stessi anni dà vita al convento di Montecasale, dove insedia una piccola comunità di seguaci e dove ripetutamente farà poi sosta nei suoi viaggi.
CRESCITA DELL'ORDINE E VIAGGIO IN EGITTO: Col tempo la fama di Francesco crebbe enormemente e crebbe notevolmente anche la schiera dei frati francescani. Nel 1217 Francesco presiedette il primo dei capitoli generali dell'Ordine, che si tenne alla Porziuncola: questi sorsero con l'esigenza di impostare la vita comunitaria, di organizzare l'attività di preghiera, di rinsaldare l'unità interna ed esterna, di decidere nuove missioni, e si tenevano ogni due anni. Con il primo fu organizzata la grande espansione dell'ordine in Italia e furono inviate missioni in Germania, Francia e Spagna. Nel 1219, si recò ad Ancona per imbarcarsi per l'Egitto e la Palestina: in occasione della quinta crociata voleva portare un messaggio cristiano di pace incontrandosi anche con i musulmani. Durante questo viaggio ottenne dal legato pontificio di poter incontrare lo stesso sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino, per potergli proclamare la Buona Novella e metter fine alle guerra fra cristiani e musulmani. Egli non riuscì tuttavia nel suo intento, ma suscitò profonda ammirazione nel sultano che lo vide come un sant'uomo e lo trattò con rispetto: dopo aver offerto invano a Francesco numerose ricchezze, lo lasciò tornare incolume all'accampamento dei crociati. Nell'agiografia Francesco subì anche la prova del fuoco, raffigurata in numerosi cicli dipinti. La pacifica rivoluzione che il nuovo Ordine stava compiendo cominciò ad essere palese a tutti. Iniziarono però anche i primi problemi: Francesco temeva che, ingrandendosi senza controllo, la fraternità dei Minori deviasse dai propositi iniziali. Per dare l'esempio e per potersi dedicare completamente alla sua missione, nel 1220 Francesco rinunciò al governo dell'Ordine in favore dell'amico e seguace Pietro Cattani, che però morì l'anno seguente. Al successivo Capitolo Generale (detto «delle Stuoie», giugno 1221) venne scelto come vicario frate Elia. Nel 1223, con la bolla «Solet annuere», papa Onorio III approvò definitivamente la «Regola seconda» (che rispetto alla prima è più corta e contiene meno citazioni evangeliche), che fu redatta con l'aiuto del cardinale Ugolino d'Ostia (il futuro papa Gregorio IX). La doppia stesura della regola a distanza ravvicinata testimonia un ripensamento a fronte di difficoltà nel progetto; egli, pur non condannando in sé né la ricchezza, né la sapienza, né il potere, si rendeva conto che i frati che liberamente avevano deciso di seguirlo e di seguire la sua regola di vita stavano diventando colti e accettavano doni e ricchezze (anche se formalmente questi erano incamerati dalla Santa Sede). Non è difficile immaginare che qualcuno, magari usando la scusa di poter meglio servire il prossimo, avesse richiesto più volte una limatura della regola del 1221 e alla fine Francesco cedette, pretendendo però questa volta una fedeltà assoluta, accettandola "senza commento", cioè senza interpretazioni. Durante la notte di Natale del 1223, a Greccio (in provincia di Rieti, sulla strada che da Stroncone prosegue verso il reatino), Francesco rievocò la nascita di Gesù, facendo una rappresentazione vivente di quell'evento. Secondo le agiografie, durante la Messa, sarebbe apparso nella culla un bambino in carne ed ossa, che Francesco prese in braccio. Da questo episodio ebbe origine la tradizione del presepe. Oltre alla vita attiva Francesco, forse ammalato, sentiva continuamente l'esigenza di ritirarsi in posti solitari per ritemprarsi e pregare (come, ad esempio, l'Eremo delle carceri di Assisi, sulle pendici del monte Subasio; l'Isola Maggiore sul lago Trasimeno; l'Eremo delle Celle a Cortona). Tali posti offrivano al frate il silenzio e la pace che gli consentivano una più intima preghiera.
LE STIGMATE: Francesco riceve le stigmate (Vincenzo Foppa) « Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno da Cristo prese l'ultimo sigillo che le sue membra due anni portarno. » (Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, canto XI, vv. 106-108). Secondo le agiografie, il 17 settembre 1224, due anni prima della morte, mentre si trovava a pregare sul monte della Verna (luogo su cui in futuro sorgerà l'omonimo santuario), Francesco avrebbe avuto una visione, al termine della quale gli sarebbero comparse le stigmate: «sulle mani e sui piedi presenta delle ferite e delle escrescenze carnose, che ricordano dei chiodi e dai quali sanguina spesso». Tali agiografie raccontano inoltre che sul fianco destro aveva una ferita, come quella di un colpo di lancia. Fino alla sua morte, comunque, Francesco cercò sempre di tenere nascoste queste sue ferite. Nell'iconografia tradizionale successiva alla sua morte, Francesco è stato sempre raffigurato con i segni delle stigmate. Per questa caratteristica Francesco è stato definito anche «alter Christus». La condivisione fisica delle pene di Cristo offriva un nuovo volto al cristianesimo, partecipe non più solo del trionfo, simbolizzato dal Cristo in gloria.
ULTIMI ANNI DI VITA E LA MORTE: Negli anni seguenti Francesco fu sempre più segnato da molte malattie (soffriva infatti di disturbi al fegato ed alla vista). Varie volte gli furono tentati degli interventi medici per lenirgli le sofferenze, ma inutilmente. Nel giugno 1226, mentre si trovava alle Celle di Cortona, dopo una notte molto tormentata dettò il "Testamento", che vorrebbe fosse sempre legato alla "Regola", in cui esorta l'ordine a non allontanarsi dallo spirito originario. Nel 1226 si trovava a Bogogno, presso Nocera Umbra, ed era sempre più malato, alla vista, al fegato. Stava per morire quando i cavalieri assisani decisero di riportare, via cavallo, il corpo di Francesco ad Assisi. Cavalcata celebre con il nome di Cavalcata di Satriano. Egli però chiese ed ottenne di voler tornare a morire nel suo "luogo santo" preferito: la Porziuncola. Qui la morte lo colse la sera del 3 ottobre. Prima della sua morte tra il 1224 e il 1226 compose il cantico delle creature. Il suo corpo, dopo aver attraversato Assisi ed essere stato portato perfino in San Damiano, per essere mostrato un'ultima volta a Chiara ed alle sue consorelle, venne sepolto nella chiesa di San Giorgio. Da qui la sua salma venne trasferita nell'attuale basilica nel 1230 (quattro anni dopo la sua morte, due anni dopo la canonizzazione).

« Laudate et benedicite mi Signore,
et rengratiatelo et serviatelo cun grande humilitate. »
(Cantico delle creature)

L'ORDINE FRANCESCANO: Francesco d'Assisi fondò tre ordini riconosciuti dalla Chiesa cattolica esistenti tutt'oggi ed aventi Costituzioni proprie. Il primo ordine è quello dei frati minori.La loro vita è ancora oggi ispirata dalla Regola bollata approvata dal papa Onorio III nel 1223. In seguito di ottocento anni di una storia molto complessa, al giorno d'oggi l'originario Ordo Minorum si divide in tre rami principali: i Frati Minori. (originati dagli Osservanti ed altre riforme, ma che comunque mantengono il sigillo dell'OFM), i Frati Minori Conventuali e i Frati Minori Cappuccini (detti un tempo Frati Minori della vita eremitica). Oltre a questi tre diramazione storiche, vi sono oggi altre fondazioni minori che si ispirano a san Francesco e alla sua Regola. Ciascuno dei tre Ordini ha la loro propria organizzazione e struttura legale, ma tutti hanno in comune san Francesco come loro "padre" e fondatore. Il secondo ordine è quello delle Clarisse fondato da Chiara d'Assisi, la quale ha redatto una Regola propria. È costituito da suore di clausura ed attualmente è presente in tutto il mondo. Analogamente al primo ordine, anche le discepole di santa Chiara hanno subito un percorso storico piuttosto articolato e oggi i monasteri clariani sono raccolti in diverse "obbedienze". Il terzo ordine nacque per i laici, o meglio per i secolari, cioè coloro che pur non entrando in convento, vivono nelle loro famiglie la spiritualità francescana. Oggi è chiamato Ordine Francescano Secolare (OFS). Parte integrante di esso è la Gioventù Francescana (Gi.Fra.): una associazione riconosciuta dalla Chiesa (o, come si definiscono, «fraternità») di giovani cattolici che condividono e vivono il Vangelo e il loro essere francescani nel mondo di oggi, sul posto di lavoro o nello studio. Oltre a questi, abbiamo anche il Terzo Ordine Regolare (T.O.R.), costituito - appunto - da "regolari" cioè religiosi che, nel corso della storia, sono divenuti tali a partire da fraternità di laici intenzionati a condurre una vita di consacrazione totale. Mentre nei primi secoli l'Ordine è fortemente caratterizzato da una incidenza della fraternità, nei secoli successivi sarà più la testimonianza di singoli importanti personaggi ad esprimere il valore del vivere la penitenza nel secolo. Questo non significa che l'incidenza sia minore; ne è la prova il fatto che ogni regime oppressivo fino ad oggi ha visto sempre con grande preoccupazione questa sorta di ordine "religioso" presente nel mondo. Basti pensare anche a tempi vicini a noi, alla soppressione delle Fraternità del Terz'Ordine Francescano operata da Napoleone, alla proibizione durante il regime nazista di riunirsi in Fraternità, simile a quella vigente fino a pochi anni fa in tutti i paesi dell'Est. Per interpretare le intenzioni di san Francesco e di adattare il suo ideale alle mutevoli realtà dei tempi, a partire dal duecento la Chiesa ha continuamente emesso documenti relativi alla vite della fraternità francescana. Questo in particolare ad opera dei pontefici: Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Alessandro IV, Urbano IV, Clemente IV, Martino IV, Onorio IV, Niccolò IV (1289), Celestino IV, Bonifacio VIII (1295), Leone XIII (1883), Paolo VI (1978), che approvò l'ultima regola dell'OFS, attualmente in vigore.
IL CULTO: Papa Gregorio IX lo canonizzò il 16 luglio 1228, soltanto due anni dopo la morte. Per questo motivo, il processo di canonizzazione è stato uno dei più rapidi della storia della Chiesa cattolica. La canonizzazione di Francesco è riportata in modo molto dettagliato nella "Vita Prima" di Tommaso da Celano. San Francesco è stato ed è tutt'oggi uno dei santi più amati dalla gente, specialmente per il suo spirito di umiltà e povertà. Nei luoghi dove ha trascorso la sua vita sono nati dei santuari, i principali dei quali sono:
- Basilica di San Francesco ad Assisi
- Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, che contiene la Porziuncola e la Cappella del Transito dove egli morì
- Eremo delle carceri, presso Assisi
- Santuario di Rivotorto presso Rivotorto, che contiene il Sacro Tugurio, una prima dimora di -San Francesco
- Chiesa di San Francesco a Gubbio
- Chiesa di Santa Maria della Vittoria - Chiesa della Vittorina - a Gubbio, detta anche - Porziuncola Eugubina
- Santuario di Greccio
- Santuario della Verna
- antuario della Foresta
- Santuario di Poggio Bustone
- Santuario di Fonte Colombo
- Santuario di Bevagna
- Santuario delle Celle di Cortona
- Convento di Montecasale (Sansepolcro)
È da ricordare inoltre il Cammino di Francesco nella Valle Santa di Rieti, dove è possibile ripercorrere i luoghi degli episodi che hanno caratterizzato la vita del 'Poverello'. Molte reliquie del Santo vengono oggi venerate in Italia e nel Mondo.
TRANSITO: San Francesco morì nella notte tra il 3 ed il 4 ottobre 1226, giorno che adesso ricorda il Santo. Il 3 ottobre viene celebrato il "transito", ovvero un momento di preghiera teso a ricordare la morte del Serafico Padre attraverso letture tratte dalle Fonti Francescane e dalla Bibbia.
LE OPERE: Le opere scritte da san Francesco si possono suddividere in:
- Regole ed Esortazioni
- Lettere
- Lodi e Preghiere
Quasi tutti questi scritti sono stati dettati dal santo (e perciò non autografi), però la loro attribuzione non sembra essere messa in dubbio dagli studiosi.
REGOLE ED ESORTAZIONI: Regola non bollata (1221), che riprende in larga parte l'originale regola (andata perduta) che Francesco mostrò a papa Innocenzo III nel 1210. Questa regola è molto ricca di citazioni evangeliche, ed è la prima regola scritta del santo che ci è pervenuta. Regola bollata (1223): riduzione in forma più concisa della precedente regola (comprende solo 12 capitoli e sono stati tagliati molti passi evangelici), venne presentata al papa Onorio III, che la approvò il 29 settembre 1223 con la bolla Solet annuere. Testamento (1226): scritto probabilmente alle Celle di Cortona, preceduto dal Piccolo Testamento redatto a Siena nell'aprile 1226, in questo breve opuscolo Francesco rievoca tutta la sua vita, le cui tappe sono state vissute dal santo come un dono del Signore (è frequente infatti l'espressione: «Il Signore mi diede...»). In esso Francesco esorta i propri frati a vivere la Regola, che adesso egli lascia loro in eredità. Regola di vita negli eremi (scritto tra il 1217 e il 1221). Scritti alle "povere signore": i testi di queste due lettere (Forma di vita e Ultima volontà) sono ricavate dalla regola di Santa Chiara. Ammonizioni: raccolgono 28 pensieri di Francesco, che secondo gli storici potrebbero essere delle conclusioni di alcune conversazioni dei capitoli celebrati dai frati. Esse trattano vari argomenti, fra cui spiccano i commenti alle Beatitudini.
LETTERE: Lettera ai fedeli: ne esistono due recensioni. La più antica, che è anche la più breve, consta di due capitoli: Di coloro che fanno penitenza (che si avvicina molto alla forma di vita originale del santo) e Di coloro che non fanno penitenza. Nella seconda lettera, più lunga, vengono approfondite alcune tematiche della vita penitenziale. Lettera a tutti i chierici (1220): in questa lettera Francesco invita tutti i consacrati a rinnovare la propria devozione verso l'Eucarestia e verso le Sacre Scritture, spinto probabilmente dall'eco del recente Concilio Lateranense IV. Identiche tematiche si trovano nella Lettera ai reggitori dei popoli, nelle due Lettere ai custodi e nella Lettera a tutto l'Ordine. Lettera a frate Leone, autografa di Francesco, oggi conservata in un reliquiario nel duomo di Spoleto. Lettera ad un ministro (scritta tra il 1218 e il 1221). Lettera a frate Antonio. Lettera a donna Jacopa: il testo è però di dubbia identificazione. Dalle agiografie si legge che Francesco, pochi giorni prima di morire, avesse fatto scrivere questa lettera per domandare a donna Jacoba de septem Soliis ("dei sette Sogli") di portargli una tunica, la cera per la sepoltura ed anche dei dolcetti. Prima che la lettera venisse inviata, però, lei stessa si presentò nella casa dove si trovava Francesco con tutto quanto egli aveva richiesto.
LODI E PREGHIERE:
- Saluto alle virtù
- Saluto alla Beata Vergine Maria
- Lodi di Dio Altissimo, autografo di Francesco, cui segue la Benedizione a Frate Leone, conservati nella Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi.
- Cantico di Frate Sole, detto anche Cantico delle Creature, considerata l'inizio della tradizione letteraria italiana.
-Audite, poverelle (Parole con melodia), indirizzata alle suore di San Damiano, scritta in lingua volgare. Questa opera, la cui esistenza è testimoniata dalle agiografie, è stata ritrovata solo di recente e pubblicata nel 1977.
- Lodi per ogni ora
- Esortazione alla lode di Dio
- Parafrasi del Padre Nostro
- Preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano
- Absorbeat
- Della vera e perfetta letizia
Ufficio della Passione del Signore
In passato gli è stata attribuita anche la Preghiera semplice, ma tale attribuzione si è dimostrata erronea.


Commemorazione dei Defunti (2 Novembre) e la Tradizione: L'idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino, che celebrava infatti tutti i morti il sabato prima della domenica di Sessagesima - così chiamata prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II - , ossia la domenica che attualmente nel rito romano coincide con quella delle Palme, all'incirca in un periodo compreso fra la fine di gennaio ed il mese di febbraio. Nella chiesa latina il rito viene fatto risalire all'abate benedettino sant'Odilone di Cluny nel 998: con la riforma cluniacense stabilì infatti che le campane dell'abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del per celebrare i defunti, ed il giorno dopo l'eucaristia sarebbe stata offerta "pro requie omnium defunctorum"; successivamente il rito venne estesa a tutta la Nazione. Ufficialmente la festività, chiamata originariamente Anniversarium Omnium Animarum, appare per la prima volta nell'Ordo Romanus del XIV secolo. Oggi si celebra come Commemorazione di tutti i fedeli defunti.
E' una tradizione aragonese, il famoso "CESTU", composto da Frutti Secchi: Mandorle, Ceci, Noci, Pistacchi, Fichi Secchi, Castagne, Mandarini, Mandarance, Arance, Nespole d'Inverno (Nataline), Mele Cotogne, Melograno; e da Dolci: Frutti Marturana, Cioccolatini, Caramelle e Ossa di Morti. Questo cesto, per i fanciulli viene accompaganto da un dono (giocattolo o da una busta con dei soldi). La tradizione narra che questo "Cesto" e questo "Dono" viene portato dai parenti morti, ai bambini, in modo tale che loro non si dimenticano dei loro parenti caduti, e continuano a ricordarli e non a dimenticarli.
Programma:
ore 9.30 Via Enrico La Loggia – Piazza Nassiriya: Alza Bandiera e Deposizione della Corona ai Carabinieri caduti a Nassiriya;

ore 10.00 Piazza Umberto I: Alza Bandiera e Deposizione della Corona ai Caduti in Guerra;
ore 10.30 Via Roma (accanto al Palazzo Comunale): Deposizione della Corona ai caduti in Miniera;
ore 10.50 Cimitero: Deposizione della Corona di Fiori all'ultimo caduto in Miniera (Carmelo Buscemi).


Tradizione Culinaria: (Pupi di zucchero, Frutti Marturana e Ossa di Morti): Appartengono anch’essi alla grande categoria dei dolci di origine conventuale. I frutti della Martorana, infatti,vennero modellati e dipinti per la prima volta nel convento della Martorana a Palermo. Che, ancora oggi, resta celebre soprattutto per questi biscotti di pasta di mandorle e zucchero che ripetono la forma di piccoli frutti. La tradizione vuole che nel periodo normanno, in Sicilia, le monache del convento avessero preparato per la prima volta dei frutti, sembra degli agrumi, che avrebbero appeso agli alberi in sostituzione di quelli già colti, per arricchire l’aspetto del loro giardino durante la visita di un personaggio molto importante: un alto prelato o, addirittura, un re. Da qui il nome dell’impasto utilizzato, Pasta Reale, composto da zucchero o miele, mandorle tritate e chiaro d’uovo, nel corso dei secoli diventato l’odierno marzapane. La ricetta prevede che il composto di base, mandorle triturate con zucchero e acqua di cannella, sia messo a cuocere in un recipiente di rame non stagnato, poi lavorato ancora caldo nelle forme desiderate. Il passaggio nel forno è l’ultimo atto del rituale. Mentre Antonio De Curtis, in arte Totò Lemocò, scriveva in una delle sue poesie “Ogn’anno il due novembre c’è l’usanza pe li morti d’annare al cimitero, ognuno l’ha da fa chista crianza…”, in Sicilia il 2 novembre non è solo il giorno della Commemorazione dei defunti, ma anche “La Festa dei Morti”. La tradizione vuole, che in questa ricorrenza i bambini siciliani ricevano in dono, oltre ai giocattoli, “pupi di zuccaru”, “frutta marturana” e “ossa di morti”. Si tratta di dolci tipici siciliani, che i bambini credono donati dai loro cari defunti. Di cosa si tratta?
”Pupi di zuccaru”: sono statuine composte da impasto zuccherino, colorate a mano in maniera vivace e spesso adornate con lustrini. Anticamente rappresentavano paladini, personaggi delle fiabe e dame, in epoca più recente si sono aggiunte figure riconducibili al mondo dello sport e ai cartoni animati giapponesi.Più tipici della Sicilia orientale, e quindi dell’agrigentino, sono le “ossa di morto”. Si tratta di un croccante strato di pasta di forma quasi circolare, al centro della quale, si trova una forma romboidale, di una pasta bianca molto friabile. La frutta marturana, è invece un preparato di pasta reale, la cui foggia è identica ai frutti che rappresenta.Pupi di zucchero e frutta marturana, sono a volte così perfetti nelle forme e nei colori, da essere delle vere e proprie opere d’arte, a tal punto che dispiace consumarli.
Ingredienti: mandorle sgusciate, zucchero, cannella, chiodi di garofano, buccia d’arancia grattugiata, un bicchiere d’acqua.
Per la preparazione: rendere lo zucchero in zucchero a velo frullandolo, e trattenerne 50g, versare il restante del composto in una pentola, aggiungendo il bicchiere d’acqua, cuocere a fuoco lento per sciogliere lo zucchero. Quando lo zucchero è pronto, metterlo a raffreddare, nel frattempo frullare i 50 grammi di zucchero conservato con la cannella, i chiodi di garofano e la buccia d’arancia grattugiata. Rimettere a bollire lo zucchero precedentemente raffreddato con quello aromatizzato. Non appena questo inizierà a diventare denso aggiungere lentamente le mandorle macinate, mescolare per bene fin quando l’impasto diventerà abbastanza denso e tenderà a staccarsi dalle pareti della pentola, quindi spegnere il fuoco. Fare dell’ impasto una palla e metterlo a riposare per una notte coprendolo con uno canovaccio umido per farlo rimanere morbido; il giorno successivo sarà quindi possibile preparare le formine e colorare la frutta Martorana con colori vegetali.


FESTA DELLA MADONNA BMW IMMACOLATA (8 DICEMBRE): Già celebrata dal sec. XI, questa solennità si inserisce nel contesto dell’Avvento-Natale, congiungendo l’attesa messianica e il ritorno glorioso di Cristo con l’ammirata memoria della Madre. In tal senso questo periodo liturgico deve essere considerato un tempo particolarmente adatto per il culto della Madre del Signore. Maria è la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura. Già profeticamente adombrata nella promessa fatta ai progenitori della vittoria sul serpente, Maria è la Vergine che concepirà e partorirà un figlio il cui nome sarà Emmanuele. Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX nel 1854. Martirologio Romano: Solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, che veramente piena di grazia e benedetta tra le donne, in vista della nascita e della morte salvifica del Figlio di Dio, fu sin dal primo momento della sua concezione, per singolare privilegio di Dio, preservata immune da ogni macchia della colpa originale, come solennemente definito da papa Pio IX, sulla base di una dottrina di antica tradizione, come dogma di fede, proprio nel giorno che oggi ricorre. Non memoria di un Santo, ricorre oggi: ma la solennità più alta e più preziosa di Colei che dei Santi è chiamata Regina. L'Immacolata Concezione di Maria è stata proclamata nel 1854, dal Papa Pio IX. Ma la storia della devozione per Maria Immacolata è molto più antica. Precede di secoli, anzi di millenni, la proclamazione del dogma che come sempre non ha introdotto una novità, ma ha semplicemente coronato una lunghissima tradizione. Già i Padri della Chiesa d'Oriente, nell'esaltare la Madre di Dio, avevano avuto espressioni che la ponevano al di sopra del peccato originale. L'avevano chiamata: " Intemerata, incolpata, bellezza dell'innocenza, più pura degli Angioli, giglio purissimo, germe non- avvelenato, nube più splendida del sole, immacolata ". In Occidente, però, la teoria dell'immacolatezza trovò una forte resistenza, non per avversione alla Madonna, che restava la più sublime delle creature, ma per mantenere salda la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù. Se Maria fosse stata immacolata, se cioè fosse stata concepita da Dio al di fuori della legge dei peccato originale, comune a tutti i figli di Eva, ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione, e questa dunque non si poteva più dire universale. L'eccezione, in questo caso, non confermava la regola, ma la distruggeva. Il francescano Giovanni Duns, detto Scoto perché nativo della Scozia, e chiamato il " Dottor Sottile ", riuscì a superare questo scoglio dottrinale con una sottile ma convincente distinzione. Anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Ella fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino. Ciò conveniva, era possibile, e dunque fu fatto. Giovanni Duns Scoto morì sui primi del '300. Dopo di lui, la dottrina dell'Immacolata fece grandi progressi, e la sua devozione si diffuse sempre di più. Dal 1476, la festa della Concezione di Maria venne introdotta nel Calendario romano. Sulle piazze d'Italia, predicatori celebri tessevano le lodi della Vergine immacolata: tra questi, San Leonardo da Porto Maurizio e San Bernardino da Siena, che con la sua voce arguta e commossa diceva ai Senesi: " Or mi di’ : che diremo noi del cognoscimento di Maria essendo ripiena di Spirito Santo, essendo nata senza alcun peccato, e così sempre mantenendosi netta e pura, servendo sempre a Dio? ". Nel 1830, la Vergine apparve a Santa Caterina Labouré, la quale diffuse poi una " medaglia miracolosa " con l'immagine dell'Immacolata, cioè della " concepita senza peccato ". Questa medaglia suscitò un'intensa devozione, e molti Vescovi chiesero a Roma la definizione di quel dogma che ormai era nel cuore di quasi tutti i cristiani. Così, l'8 dicembre 1854, Pio IX proclamava la " donna vestita di sole " esente dal peccato originale, tutta pura, cioè Immacolata. Fu un atto di grande fede e di estremo coraggio, che suscitò gioia tra i fedeli della Madonna, e indignazione tra i nemici del Cristianesimo, perché il dogma dell'Immacolata era una diretta smentita dei naturalisti e dei materialisti. Ma quattro anni dopo, le apparizioni di Lourdes apparvero una prodigiosa conferma del dogma che aveva proclamato la Vergine " tutta bella ", " piena di grazia " e priva di ogni macchia del peccato originale. Una conferma che sembrò un ringraziamento, per l'abbondanza di grazie che dal cuore dell'Immacolata piovvero sull'umanità. E dalla devozione per l'Immacolata ottenne immediata diffusione, in Italia, il nome femminile di Concetta, in Spagna quello di Concepción: un nome che ripete l'attributo più alto di Maria, " sine labe originali concepta ", cioè concepita senza macchia di peccato, e, perciò, Immacolata. Si Festeggia ad Aragona l'8 di Dicembre di ogni anno. Viene preceduta giorni prima da una novena e con delle litanie particolari nella Chiesa del Carmelo. L'8 Dicembre dopo la Santa Messa accompagnata da molti Fedeli e dalla Banda Musicale viene portata in processione per le vie Cittadine. A conclusione della Processione e della Benedizione Eucaristica vengono esplosi suggestivi e particolari FUOCHI D'ARTIFICIO.


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