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150° Unità D'Italia

Speciali e Dirette > Eventi 2011



150° Anno dell'Unità D'Italia

Festeggiamenti ad Aragona (AG)


Foto di Angelo @ostanza
Video di Simone Pietro @ostanza e Davide Calogero Valente

Il passo decisivo verso l'unità fu la spedizione "dei Mille" garibaldini in Sud Italia. Quest'ultima era formata da poco più di un migliaio di volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l'unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all'epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura di classe della società , si rivolgeva contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti».Dopo la battaglia di Calatafimi, dove fu determinante per la vittoria la partecipazione dei contadini siciliani, e la conquista di Palermo mentre le truppe regie si ritirano verso Messina, «con la metà di giugno si spezza definitivamente l'alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all'alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati» Ma nel frattempo continuava anche la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invasero i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciarono gli archivi dove erano custoditi i titoli del loro servaggio. «I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è tipica la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente.» Vittorio Emanuele II re d'Italia. Mentre Garibaldi avanzava da sud, le truppe sarde si recavano nello Stato della Chiesa e si scontravano con l'esercito pontificio nella Legazione delle Marche, a Castelfidardo, dove ottennero la vittoria che portò poi all'annessione di Marche ed Umbria. Solo dopo la battaglia di Castelfidardo si poté pensare alla proclamazione del Regno d'Italia in quanto fu possibile unire politicamente le regioni del nord e del centro, confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra d'indipendenza (e le conseguenti annessioni), alle regioni meridionali conquistate da Garibaldi e definitivamente sottratte ai Borbone, dinastia che in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano, ma che «...ormai rappresentava, nella vita dell'Italia Meridionale, la peior pars...», cioè la parte peggiore, come scrisse Benedetto Croce. Anche lo storico e filosofo Ernest Renan, in viaggio nel Mezzogiorno d'Italia attorno al 1850, al pari degli altri viaggiatori e osservatori stranieri constatava l'«...affreuse tyrannie intellectuelle qui règne sur cette partie de l'Italie...». Dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell'imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, non pose ostacoli all'unione dell'ex Regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, che già si profilava all'epoca sotto l'egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860. Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d'Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione». Non "primo", come re d'Italia, ma "secondo" come segno distintivo della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato la «conquista regia» della unificazione italiana; tre mesi dopo moriva Cavour che, nel suo primo discorso al Parlamento dopo la proclamazione del Regno d'Italia, aveva suggerito la linea politica di Libera Chiesa in libero Stato come soluzione al problema della persistenza del potere temporale in Italia, che impediva una soluzione pacifica affinché Roma, proclamata capitale del Regno, ma di fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la capitale del nuovo Stato e che conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni di Pio IX, alla vita politica nazionale. Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946.


Oggi, in Piazza Umberto I di Aragona ha fatto da cornice ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità D’Italia. Un cartellone ricco di eventi che sono partiti ieri 16 marzo con l’illuminazione straordinaria, con i colori della Bandiera Italiana del superbo Palazzo dei Principi Naselli di Aragona. L’ingresso del Corpo Bandistico “G.Verdi” di Aragona diretta dal Prof. Sammartino ha aperto le celebrazioni della mattina del 17 marzo per una giornata all’insegna dell’ “amor patrio”. Alle 10:00 una staffetta formata dagli atleti Luigi Giuliana e Nino Pantalena è partita dal Monumento ai caduti di Nassirya, portando di corsa il Tricolore che, scortato dalle auto dei Carabinieri, della Polizia Municipale, dell'Associazione di Volontariato dei Protezione Civile "La Fenice" di Agrigento, dall'Associazione di Volontariato "Europea Operatori di Polizia" di Agrigento e Favara, dall' Associazione di Volontariato "Giubbe d'Italia" di Aragona, dall'Associazione Nazionale Carabinieri in congedo di Aragona, ha raggiunto Piazza della Vittoria accolto dalle autorità cittadine e dalla cittadinanza che, successivamente, in corteo si è spostato nella vicina Piazza Umberto I per la cerimonia degli Onori ai Caduti e dell’Alza Bandiera che ha salutato del passaggio in volo degli aerei superleggeri P92 dell’ Avio Club Centro Sicilia che hanno tributato un omaggio al Tricolore d’Italia. Gigi Mula e Simone Pietro Costanza, che hanno curato l’organizzazione dell’ evento, Grazie, anche, alla compartecipazione dell’ Associazione Tele Video Aragona è stato prodotto un DVD dell’evento, che verrà distribuito alle scuole.



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