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06-08-2009 Napoli

Documentari

Documentario su NAPOLI (06-08-2009)

Foto di @ostanza Angelo e @ostanza Simone Pietro



Le origini e il periodo angioino

La sua costruzione si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Napoli e Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.
La presenza di una monarchia esterna aveva impostato l'urbanistica di Napoli intorno al centro del potere regale, costituendo un polo urbanistico alternativo, formato dal porto e dai due principali castelli ad esso adiacenti, Castel Capuano e Castel dell'Ovo. Tale rapporto tra corte regale e urbanistica cittadina si era manifestato già con Federico II, che nel XIII secolo, nello statuto svevo aveva concentrato le maggiori attenzioni sui castelli trascurando affatto le mura cittadine. Ai due castelli esistenti gli Angioini aggiunsero il principale, Castel Nuovo, che fu non solo fortificazione ma soprattutto la loro grandiosa reggia.
Vista di Castel Nuovo da presso la certosa di San Martino. La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l’antica fortezza normanna venne giudicata inadeguata alla funzione e il re volle edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Assegnato il progetto all'architetto francese Pierre de Chaule, i lavori per la costruzione del Castrum Novum presero il via nel 1279 per terminare appena tre anni dopo, un tempo brevissimo viste le tecniche di costruzione dell’epoca e la mole complessiva dell’opera. Il re tuttavia non vi dimorò mai: in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani, che costò all’Angioino la corona di Sicilia, conquistata da Pietro III d'Aragona e ad altre vicende, la nuova reggia rimase inutilizzata fino al 1285, anno della morte di Carlo I.
Il nuovo re Carlo II lo Zoppo si trasferì con la famiglia e la corte presso la nuova residenza, che fu da lui ampliata e abbellita. Durante il suo regno la Santa Sede fu particolarmente legata alla casa d’Angiò, in un rapporto turbolento, che anche negli anni successivi sarà scandito da pressioni, alleanze e rotture continue. Il 13 dicembre del 1294 la sala maggiore di Castel Nuovo fu teatro della celebre abdicazione di papa Celestino V, l’eremita Pietro da Morrone, dal trono pontificio, chiamato da Dante il gran rifiuto e il 24 dicembre successivo, nella stessa sala il collegio dei cardinali elesse pontefice Benedetto Caetani, che assunse il nome di Bonifacio VIII e trasferì immediatamente la sua sede a Roma per sottrarsi alle ingerenze della casata angioina.
Arco Trionfale di Castel Nuovo tra la Torre di Mezzo e la Torre di GuardiaCon l'ascesa al trono di Roberto il Saggio, nel 1309, il castello, da lui ristrutturato e ampliato, divenne un notevole centro di cultura, grazie al suo mecenatismo e alla sua passione per le arti e le lettere: Castel Nuovo ospitò importanti personalità della cultura del tempo, come i letterati Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio nelle loro permanenze napoletane, mentre i più famosi pittori dell'epoca vennero chiamati ad affrescarne le pareti: Pietro Cavallini, Montano d'Arezzo, e soprattutto Giotto, che nel 1332, venne qui chiamato per la Cappella Palatina.
Dal 1343 fu dimora di Giovanna I, che nel 1347, in fuga verso la Francia, lo abbandonò agli assalti dell’esercito del re d'Ungheria Luigi I il Grande. Questi era giunto a vendicare la morte del fratello Andrea, il marito di Giovanna, ucciso da una congiura di palazzo che la stessa regina fu sospettata aver istigato. Il castello venne saccheggiato e al suo ritorno la regina fu costretta ad una radicale ristrutturazione. Durante la seconda spedizione di Luigi contro Napoli il castello, dove la regina aveva trovato rifugio, resistette agli assalti. Negli anni successivi la fortezza subì altri attacchi: in occasione della presa di Napoli da parte di Carlo III di Durazzo e successivamente di quella di Luigi II d'Angiò, che la sottrasse al figlio di Carlo III, Ladislao I. Quest'ultimo, riconquistato il trono nel 1399, vi abitò fino alla morte, nel 1414.
Giovanna II successe al fratello Ladislao e ascese al trono come ultima sovrana angioina. La regina, dipinta come una donna dissoluta, lussuriosa, sanguinaria, avrebbe ospitato nella sua alcova amanti di ogni genere ed estrazione sociale, addirittura rastrellati dai suoi emissari fra i giovani popolani di bell'aspetto. Per tutelare il suo buon nome, Giovanna non avrebbe esitato a disfarsi di loro appena soddisfatte le sue voglie. Proprio a questo proposito si è narrato per secoli che la regina disponesse, all’interno del castello, di una botola segreta: i suoi amanti, esaurito il loro compito, venivano gettati in questo pozzo e divorati da mostri marini. Secondo una leggenda sarebbe stato addirittura un coccodrillo, giunto dall'Africa fino ai sotterranei del castello dopo aver attraversato il Mediterraneo, l'artefice dell'orrenda morte degli amanti di Giovanna...

Gli Aragonesi

Alfonso d'Aragona in un rilievo dell'arco trionfaleNel 1443 Alfonso d'Aragona, che aveva acquistato il trono di Napoli, stabilì nel castello una splendida corte, tale da competere con la corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico e la fortezza venne completamente ricostruita nelle forme attuali, mantenendo la sua funzione di centro del potere regale.
Il re Alfonso affidò la ristrutturazione della reggia-fortezza angioina ad un architetto aragonese, Guillem Sagrera, catalano originario di Maiorca, che la concepì in termini gotico-catalani. Le cinque torri rotonde, quattro delle quali inglobavano le precedenti angioine a pianta quadrata, adatte a sostenere i colpi delle bocche da fuoco dell'epoca, ribadivano il ruolo difensivo del castello. L'importanza della reggia come centro del potere regale venne invece sottolineata dall'inserimento in corrispondenza dell'ingresso dell'arco trionfale, capolavoro del Rinascimento napoletano ed opera di Francesco Laurana, insieme a molti artisti di varia provenienza. I lavori si svolsero a partire dal 1453 e si conclusero solo dopo la morte del re, nel 1479.
Nella "sala dei Baroni" si svolse l’epilogo della famosa congiura dei baroni, ordita contro re Ferdinando I, figlio di Alfonso, da numerosi nobili, capeggiati da Antonello II di Sanseverino, principe di Salerno, e da Francesco Coppola, conte di Sarno. Nel 1486 il re invitò tutti i congiurati in questa sala col pretesto di una festa di nozze, che segnasse il superamento delle ostilità e la definitiva riconciliazione. I baroni accorsero, ma il re, ordinato ai suoi soldati di sbarrare le porte, li fece arrestare tutti, punendo molti di loro, fra cui il Coppola e i suoi figli, con la condanna a morte.

Il vicereame

Il castello venne nuovamente saccheggiato ad opera di Carlo VIII di Francia, nel corso della sua spedizione del 1494. Con la caduta di Ferdinando II prima (1496) e di Federico I in seguito (1503), il regno di Napoli venne annesso alla corona di Spagna da Ferdinando il Cattolico, che lo costituì in vicereame. Castel Nuovo perse la funzione di residenza reale, diventando un presidio militare, a causa della sua posizione strategicamente importante. Ospitava comunque i re di Spagna che giungevano in visita a Napoli, come lo stesso imperatore Carlo V, che vi abitò per un breve periodo nel 1535.


Maschio Angioino visto dal porto. Sulla sinistra è ben visibile la Torre "dell'Oro" - I Borboni di Napoli
Il castello venne nuovamente sistemato da Carlo di Borbone, il futuro Carlo III di Spagna, salito al trono di Napoli nel 1734, ma perdette il suo ruolo di residenza reale, in favore delle nuove regge che si andarono edificando nella stessa Napoli e nei suoi dintorni (il Palazzo reale di piazza del Plebiscito, la reggia di Capodimonte, la villa reale di Portici e la magnifica reggia di Caserta) e divenne essenzialmente un simbolo della storia e della grandezza di Napoli.
L'ultimo evento importante risale al 1799, quando vi fu proclamata la nascita della Repubblica Partenopea. Ristrutturato per l'ultima volta nel 1823 da Ferdinando I delle Due Sicilie, ospitò in seguito l'"arsenale di artiglieria" e un "officio pirotecnico" che nel 1837 si stimò più prudente trasferire nella "fabbrica d'armi" di Torre Annunziata.
Ospita attualmente il Museo Civico di Castel Nuovo.


Arco trionfale
Per approfondire, vedi la voce Castel Nuovo, l’arco trionfale.

Tra le due torri che difendono l'ingresso (torri "di Mezzo" e "di Guardia") venne eretto un arco di trionfo in marmo, destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re Alfonso nella capitale. L'opera trae ispirazione dagli archi di trionfo romani. Un arco inferiore, inquadrato da colonne corinzie binate, presenta sui fianchi del passaggio rilievi che raffigurano Alfonso tra i congiunti, i capitani e i grandi ufficiali del regno; sull'attico il rilievo raffigurante il Trionfo di Alfonso. Un secondo arco si sovrappone al primo, con colonne ioniche binate, e doveva ospitare la statua del re. Sull'attico le statue delle quattro virtù (Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità), collocate entro nicchie, sormontate da un coronamento a forma di timpano semicircolare, con Figure di fiumi e in cima la statua di San Michele. Le sculture sono attribuite ad importanti artisti del tempo: Guillem Sagrera, Domenico Gagini, Isaia da Pisa e Francesco Laurana.

Cappella palatina

Facciata della Cappella palatina di Castel NuovoSul lato del castello rivolto al mare si affaccia la parete di fondo della "Cappella palatina", o chiesa di "San Sebastiano" o di "Santa Barbara", unico elemento superstite del castello angioino trecentesco, sebbene danneggiata nel terremoto del 1456 e in seguito restaurata. La facciata sul cortile interno presenta un portale rinascimentale con rilievi di Andrea dell'Aquila e di Francesco Laurana e un rosone, rifatto in epoca aragonese. All'interno, illuminato da alte e strette finestre gotiche, si conservano solo scarsi resti dell'originaria decorazione affrescata, opera di Maso di Banco e un ciborio di Iacopo della Pila, datato alla fine del Quattrocento. Una scala a chiocciola accessibile da una porta a sinistra consentiva di salire alla "sala dei Baroni". L'interno fu affrescato da Giotto verso il 1330 ma il contenuto di questo ciclo d'affreschi è quasi interamente perduto anche se rimane descritto nei versi di un autore anonimo in una raccolta di sonetti del 1350 circa.


Rosone della Cappella palatina come appare dall' ingresso del Castello - Sala dei Baroni

La Sala dei Baroni è la sala principale del Maschio Angioino.
Prende il suo nome dal fatto che nel 1487 alcuni baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona, furono invitati da esso stesso in questa sala per celebrare le nozze della nipote. In realtà era una trappola: i baroni furono arrestati e alcuni di loro messi a morte.
Volta della sala dei baroniCollocata all'angolo della torre "di Beverello", tra il lato settentrionale e il lato orientale, rivolto al mare, l'ampia sala (26 m x 28 m), opera di Guillem Sagrera, è coperta da una volta ottagonale poggiante su grandi strombature angolari e munita di costoloni che formano un disegno a stella. Sul lato rivolto verso il mare, tra due finestre crociate aperte verso l'esterno, si trova un grande camino, sormontato da due palchi per musicisti.
Tra le opere d'arte ancora presenti nella sala c'è marmoreo Portale bifronte di Domenico Gagini, due bassorilievi in cui è raffigurato il corteo trionfale di Alfonso d'Aragona, nell’altro l’ingresso del Re nel castello, un portale catalano attraverso il quale si accede alla Camera degli Angeli. Una citazione a parte merita la scala a chiocciola in piperno oggi inagibile, che conduce alle terrazze superiori. Il pavimento della Sala era decorato con maioliche invetriata bianche e azzurre, provenienti da Valencia.
La sala, sebbene danneggiata da un incendio nel 1919, è tuttavia rimasta l'unica del castello che conserva ancora il suo antico aspetto. Fino al 2006 ha ospitato le riunioni del consiglio comunale di Napoli.


Piazza del Plebiscito.

Vista della piazza e dell'entrata la piazza vista dal colonnato della Basilica di San Francesco di PaolaLa Piazza del Plebiscito di Napoli (già Largo di Palazzo o Foro Regio) fu per secoli uno slargo irregolare, dove si svolgevano le feste popolari attorno alle cosiddette macchine da festa, che venivano periodicamente innalzate da grandi architetti (famose quelle di Ferdinando Sanfelice e di Francesco Maresca).
Solo dall'inizio del Seicento in poi fu gradatamente "regolarizzata", anche a causa della costruzione del nuovo Palazzo Reale, opera di Domenico Fontana. A questa graduale trasformazione si successero, dalla metà del Settecento in poi, degli interventi sempre più radicali, attuati dagli architetti che lavoravano sul vicino Palazzo Reale.
Ma fu solo all'inizio dell'Ottocento, durante il periodo napoleonico, che la piazza cambiò completamente volto. Per ordine dei monarchi francesi, essa fu interamente ridisegnata e ripensata: furono demoliti i troppi edifici religiosi che ne limitavano lo spazio ed impedivano di inserirla al meglio nel contesto urbano circostante ed in luogo di essi vennero eretti palazzi di stato, a cornice del famoso emiciclo dorico in pietra lavica e marmo, voluto da Gioacchino Murat su disegno di Leopoldo Laperuta, al centro del quale avrebbe dovuto essere un altro edificio civile, consacrato ai fasti dei napoleonidi.
Al centro del colonnato spicca la Basilica di San Francesco di Paola, che ne è l'elemento dominante e fu eretta da Ferdinando I, come ex voto per aver riconquistato il regno dopo il decennio di dominio francese.
Commissionata a Pietro Bianchi nel 1817, fu completata nel 1846, nei modi più aggiornati del neoclassicismo, sul modello delle forme del Pantheon romano; all'interno è abellita da statue e dipinti coevi, ad eccezione del seicentesco altare maggiore e da alcune tele prelevate da luoghi di culto pre-esistenti sul vecchio slargo.
Isolate sulla piazza, di fronte alla Basilica, s'innalzano le statue equestri di Carlo III di Borbone e di Ferdinando I. La prima è opera di Antonio Canova, cui si deve anche il cavallo della seconda, mentre il re che lo cavalca fu scolpito da Antonio Calì.
Nel 1963 un'ordinanza comunale trasformò la piazza in un parcheggio pubblico per far fronte all'incremento incontrollato di autovetture in città. La piazza rimase così deturpata fino a quando nel 1994, in occasione del vertice dei G7, la giunta Bassolino le restituì dignità pedonalizzandola in toto. Da allora Piazza del Plebiscito è diventato lo scenario dei principali avvenimenti cittadini e nazionali: dai comizi elettorali alle serate del Festivalbar, diventando anche passerella dei principali cantanti italiani (Pino Daniele, Massimo Ranieri ecc. ) e voci tenorili (Andrea Bocelli, José Carreras). Tradizionalmente ogni anno nel periodo natalizio sono installate al centro della piazza opere di arte contemporanea, spesso discusse per la loro eccentricità. Tra gli artisti che hanno esposto negli ultimi anni si citano Mimmo Paladino, Richard Serra, Rebecca Horn, Luciano Fabro.
Piazza del Plebiscito si collega alla sottostante Via Ferdinando Acton mediante l'Ascensore Acton, il cui utilizzo è gratuito e la cui gestione è affidata all'Azienda Napoletana Mobilità (ANM).
Famoso il "gioco" che i napoletani fanno spesso fare ai turisti nella piazza. Il turista dovrà attraversare la piazza ad occhi bendati partendo dal palazzo reale fino ad attraversare lo spazio tra le due statue camminando in pratica lungo una linea retta. La leggera pendenza della superficie della piazza farà virare la persona bendata non consentendogli di proseguire diritto ed attraversare le due statue. Quando la persona aprirà gli occhi rimarrà stupito dalla traiettoria che ha seguito camminando, notando di essersi comportato come una persona che si smarrisce nel deserto.


TEATRO UMBERTO I

Una corrispondenza del "Roma" di Napoli, firmata F. G. (Fiumara Giuseppe), annunciava l'inaugurazione nella Città di Nola, del Teatro Umberto per la sera del 14 marzo 1891, con l'opera in musica "La Favorita", mentre per l'11 aprile si preannunciava il "Fra Diavolo".
Il duo Profeta/Vecchione, Impresari del Teatro, nel marzo del 1892, facevano debuttare la Compagnia Drammatica "Fanelli", Diretta da G. Danielli. Ma negli anni che seguirono, il locale fu quasi esclusivamente sede di comizi elettorali, dove illustri oratori si avvicendavano, in occasione di elezioni, siano esse comunali o provinciali, che politiche.
Nel 1893, Impresario dell'Umberto era il signor Casoli di Napoli; il locale fu riaperto con la rappresentazione di una Farsa Comica ("Cicco e Cola"), con uno spettacolo di Arte Varia e canzoni Napoletane; nell'ottobre si esibiva nel Teatro un "Accademia di Scherma", come annunciava il Corriere di Napoli, in una corrispondenza di G. De Mattia del 18/19 ottobre 1893. L'anno dopo, il teatro, fu trasformato in Caffè-Concerto, con l'impresario Casale, che nei mesi di febbraio e marzo allietò i Cittadini Nolani, con cantanti e canzonettiste, provenienti da Teatri di Napoli e della Capitale. Il 29 gennaio 1895, il locale riaprì con una rappresentazione delle Marionette dei Fratelli Prandi.
L'Umberto I era stato eretto in legno nel 1888, su suolo concesso gratuitamente dal Comune di Nola per un decennio, ma dopo aver funzionato per un certo tempo, fu chiuso al pubblico, e nel 1901, cioè tre anni dopo la scadenza comunale, era ancora inattivo. Nel frattempo un nuovo Teatro, in legno, fu acquistato a S. Maria Capua Vetere, da un nuovo gruppo di Azionisti (Dottor A. Piciocchi, Banchiere Vincenzo Profeta, Ind. Molitorio Francesco Vitale ed Ingegnere Enrico De Falco), nel 1905, e rimontato in Nola. Fu inaugurato nel gennaio dello stesso anno, con un ciclo di Opere Liriche: "La Favorita", "La Traviata", ecc.; nel 1910 passò alla gestione unica dell'ingegnere Enrico De Falco.
Nel marzo del 1911 l'Impresario era Alberto Peluso e svolgeva solo spettacoli cinematografici ma, nel luglio del 1912, l'impresa passò a Gaetano Franco, che il 29 ottobre, fa esibire il concittadino Armando Gill e l'artista Luisella Viviani; questa recita venne definita dal corrispondente del Giorno di Napoli: "…serata unica ed eccezionale… ed i Nolani apprezzano i sacrifici dell'Impresa intervenendo numerosi a trascorrere la lieta serata…". Ma abbiamo ancora una battuta di arresto, e dopo essere stato chiuso per mesi, il Teatro riapre alla grande. Recitò Raffaele Viviani con Ida Rossi, in una serie di rappresentazioni nel dicembre del 1913. Fu questo un periodo eccezionale per il locale, poiché nel biennio 1913/14, debuttarono, Nicola Maldacea e la grande canzonettista Elvira Donnarumma, ma le recite finirono con l'approssimarsi del I Conflitto Mondiale.
Negli anni che seguirono (fine 1915/1920), il Teatro fu sede di manifestazioni Patriottiche, e solo nel febbraio 1922, ritornava a Nola la Compagnia Mimì Maggio, Curuzzolo, Ciaramella, e nel marzo, la Compagnia di Operette "La Rinascente" (Martinez, Norchini, Tozzi).
Nel 1928 con il Podestà Raimondo, il Comune di Nola cedette definitivamente il suolo, per 100 mila lire, ad un gruppo di azionisti, che costruirono l'attuale Teatro inaugurato il 30 dicembre 1930. Negli anni che seguirono i proprietari azionisti diventarono otto.


Direttore: @ostanza Simone Pietro | televideoaragona@libero.it

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